DPC, ecco i Dispositivo di Protezione Collettiva che devono esserci in un laboratorio chimico

La sicurezza all’interno di un laboratorio chimico

La protezione collettiva di operatori, ambiente e prodotti

Per ovvi motivi, vista la natura dell’attività svolta all’interno di un laboratorio chimico, è fondamentale che tutti gli operatori siano adeguatamente protetti. A questo servono i DPC, i Dispositivi di Protezione Collettiva. I DPC si distinguono in base alla tipologia di rischio che fronteggiano. Per la prevenzione del rischio biologico vengono impiegate cappe di sicurezza microbiologica che possono essere di classe I, classe II o classe III.

Ognuna di queste classi è destinata a un ceppo patogeno specifico. Ci sono poi le cappe per la preparazione di medicinali chemioterapici. Altri dispositivi di protezione collettiva sono gli isolatori e la Glove Box. Si tratta di cabine trasparenti di materiale come il plexiglass che sono dotate di flange con guanti che permettono ai biologi di effettuare la manipolazione delle sostanze senza venire minimamente a contatto diretto con le stesse. Nei laboratori chimici troviamo anche i CACI (Compounding Aseptic Containment Isolators), tradotto dall’inglese Isolatore di Contenimento Composti Asettici, che sono in pratica degli isolatori da altissimo livello di sterilità.

Infatti, la funzione di un CACI è garantire agli operatori un ambiente asettico al 100% perché è dove vengono preparati i farmaci. L’aria di scarico proveniente dall’isolatore viene poi eliminata attraverso un apposito sistema di aerazione. Per la prevenzione del rischio chimico, lo strumento più importante che deve essere installato, e correttamente revisionato, in un laboratorio è certamente la cappa chimica. Le cappe chimiche Aleph rendono il laboratorio sicuro, efficiente e su misura grazie alle loro caratteristiche master cioè struttura in acciaio, vaschetta in gres e saliscendi per apertura con blocco di sicurezza.

La cappa chimica, il Dispositivo di Protezione Collettiva più importante

Nei laboratori possiamo trovare diverse tipologie di cappa:

  • cappe chimiche a ricircolo con filtri a carboni attivi interni;
  • cappe chimiche a estrazione totale con o senza carboni interni;
  • armadi ventilati destinati agli acidi e alle sostanze infiammabili;
  • cappe per materiali radioattivi;
  • le cappe chimiche specifiche per acidi ad alte temperature.

Come funziona tecnicamente la cappa chimica?
Essendo dotata di un elettroventilatore, riesce ad aspirare l’aria che viene successivamente fatta passare attraverso un insieme di sostanze assorbenti le quali la puliscono, trattenendo le sostanze inquinanti che in questo modo non si diffondono nell’ambiente del laboratorio.

Garantire il buon funzionamento dei Dispositivi di Protezione Collettiva

Il primo strumento a nostra disposizione per proteggerci è il buon senso. Infatti, qualunque DPC, anche il più performante e della migliore marca, per poter adempiere al suo compito deve essere messo in condizioni di poterlo fare. In parole semplici, nessun macchinario, nessuno strumento, dal più semplice al più complesso, ma a maggior ragione se parliamo di cappe chimiche, può garantire al 100% i risultati descritti nella schede tecnica del prodotto, soprattutto con il trascorrere dei mesi e degli anni, se non viene regolarmente effettuata una accurata revisione e manutenzione.

Uno strumento prezioso in grado di rilevare un eventuale malfunzionamento in corso è il sistema di allarme. Installato sulla cappa chimica, questo dispositivo sarà in grado attraverso un segnale acustico di avvisare l’operatore che si è verificato un problema; si potrebbe trattare ad esempio del fatto di avere abbassato eccessivamente il livello del vetro-separatore frontale oppure potrebbe trattarsi di un problema al motore della cappa.