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Diciottovoltevirgolatre di Stefano Simeone: un’ intervista a colori

Stefano Simeone ci racconta le fasi di lavorazione di Diciottovoltevirgolatre, suo nuovo fumetto edito Bao Publishing

Diciottovoltevirgolatre è un fumetto piuttosto corposo di Stefano Simeone edito Bao Publishing che racconta per episodi la storia di Francesca, una ragazza come tante che affronta la parobola della vita e della sua comitiva di amici. Diciottovoltevirgolatre è un prodotto curioso sin dal titolo poichè raramente ci accorgiamo di quanto i numeri possano trasformarsi in portatori di emozioni e momenti significanti (e qui vi indirizzo subito a Di Vino dei Marta sui tubi) e di quanto dettino i ritmi delle nostre vite. Diciottovoltevirgolatre è un esplosione di colori, colori che hanno significato, un po’ come la vita della protagonista che ci viene scandita grazie ad un insolito mix di amore e numeri.

Ed è proprio partendo dai colori e dallo stile dei diversi episodi che ho intervistato Stefano Simeone, con l’intento di scoprire in maniera dettagliata i processi creativi che stanno a monte di questo emozionante fumetto che parla di amore, di tempo e di vita. Quella vera.

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IL GRIGIO

La nascita e la morte. I primi momenti e gli ultimi. Un sorriso. Luce e buio. In mezzo qualche colore sparso, una tigre che diventa arancio e nera e un nome che acquista colore: Francesca.

Come è nata l’idea di usare stili e colorazione sempre diversi? E come sono nate le pagine che raccontano la fine e l’inizio?

Stefano Simeone: L’idea è sempre stata quella di usare un disegno in funzione di quello che racconto. È stato rischioso, perché sapevo di dover rinunciare al “bel disegno”, soprattutto nelle pagine iniziali (che sono cruciali) ma necessario. Per i suoni e i colori mi sono fatto scudo col realismo magico, che è una corrente letteraria che adoro e sento molto vicina.

La scelta dello stile di disegno delle prime pagine doveva assolutamente essere spiazzante, caotica, “fatta male”, con delle linee che si rincorrono e poi spariscono. Ho cercato di raccontare l’inizio, o meglio, il ricordo romanzato dell’inizio, e anche se in alcuni momenti mi sono ovviamente scoraggiato, l’idea di fare tutte le pagine nere era davvero banale. Da sempre, non racconto in un modo realistico, la parte introduttiva così è diventata il mio personalissimo “C’era una volta…”. Stesso discorso per le parti centrali e la fine, ho capito che l’unico modo per restare serio, almeno per una cinquantina di pagine in totale, è affidarmi a una narrazione più lirica.

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ARANCIO, NERO E VERDE

La persona affine che ti è mancata nel momento peggiore. La bellezza delle storie. L’avventura, la delusione mancata e ancora l’avventura. E un pastrano. Nero.

Come hai deciso di portare avanti le pagine del tuo fumetto che raccontano l’infanzia della protagonista?

Stefano Simeone: Il fatto che i miei personaggi, almeno nelle prime pagine, siano estremamente stereotipati mi permette di rendere “strane e complicate” le situazioni che racconto. Almeno all’inizio, non devo preoccuparmi di come reagiscano a quello che capita loro, quindi acquistano un carattere molto specifico mano a mano che le pagine aumentano. È lì che le cose si fanno complicate, ma anche più divertenti, perché se a pagina uno il protagonista poteva anche essere un alieno, dopo poco le cose cambiano e si fanno più strutturate. A un certo punto, ti rendi conto che stai raccontando una storia di una persona specifica, che si trova in quella situazione proprio perché prima ne ha incontrata un’altra e ha reagito in un determinato modo. Non faccio racconti autobiografici, non ne ho mai fatti, i miei personaggi sono però una sintesi, in principio, di tanti modelli che ho bene in testa. Il tutto è reso più “fumoso” dal fatto che, come ad esempio a pagina 22-23, sto raccontando dal punto di vista di una bambina molto piccola, quindi mi piaceva rendere tutte le informazioni come calde, ovattate, rassicuranti.

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BLU E ARANCIO SPENTI

L’adolescenza. Gli anni 2000 e quelle cose a Gli anni degli 883. L’adolescenza, la festa. Il buio di una stanza. Le luci soffuse di una stanza. E ancora il buio di ciò che sta fuori dalla finestra. Il countdown dei countdown. Il bene per una madre. L’imbarazzo per una madre.

Qui l’arancione dà significato ai dettagli, come hai gestito le pagine che raccontano la festa?

Stefano Simeone: A livello grafico, dall’inizio di questo libro, volevo aggiungere cose solo ed esclusivamente se ce ne fosse stato assoluto bisogno. Lo stesso discorso, quindi, valeva per i colori. Sai già che un muro può essere, in genere, al massimo sul giallino, quindi non ho bisogno di dirtelo. La stessa cosa vale per la birra, ha il colore, grossomodo, dell’aranciata, non ho bisogno quindi di usare tre gialli diversi per farti percepire le differenze, soprattutto un una scena in cui due o più personaggi confondono birra e aranciata; a dire il vero, non ho bisogno affatto di usare alcun tipo di giallo.

Da pagina 62 a 87, in realtà, avevo il bisogno, con i colori, di comunicare al lettore solo una differenza fondamentale: l’esclusione, il dentro e il fuori. Per quello, la scena iniziale è azzurra, così come lo è Francesca quando deve entrare alla festa. Il resto è rosso, ovvero il palco teatrale dove tutti i personaggi recitano delle parti che non sempre di addicono loro. In questa sequenza racconto un periodo storico ben delineato, anche se in genere cerco di raccontare le cose in un non luogo e in un non tempo, ma essendo un così ampio intervallo temporale avevo bisogno di inserire dei riferimenti oggettivi almeno per far percepire le differenze.

Ho rinunciato a raccontare l’adolescenza in partenza, non perché non mi andava di accettare la sfida, semplicemente non mi interessava allora come non mi interessa oggi. Sono, solo, sempre personaggi che si scontrano con delle situazioni e reagiscono, inventando bufale, cercando di sembrare più grandi oppure reagendo in maniera infantile a degli stimoli esterni. Cerco di farli funzionare ognuno in relazione all’altro, non sono a tutto tondo, perché altrimenti sarebbero di una noia mortale. Il tutto, in questo caso deve essere molto rapido, con più vignette, un montaggio più serrato, perché in quell’età lì cerchi di captare tutte le informazioni inutili e magari ti sfuggono quelle fondamentali.

Il rapporto tra Francesca e la madre, a questo punto del libro, per quello che dicevo sopra non può più essere la sintesi di un rapporto universale madre-figlia, bensì il loro, esclusivissimo modo di interagire. Non voglio “spiegare” niente a nessuno, solo raccontare quello che mi va nel modo che ritengo più interessante, soprattutto.

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DALL’OCRA AL VERDE OLIVA FINO AL NERO DEL CIELO E AL BIANCO DELLE STELLE

Il ricordo di quello che non c’è più. Il viaggio inaspettatamente brutto, inaspettatamente bello. Il 12,3 disegnato sullla sabbia. L’amico di infanzia che è qualcosa di più ma allo stesso tempo non lo è. Quella cosa che si fa una volta sola. 

Il colore qui acquista un valore in più e si diversifica…

Stefano Simeone: Raccontare il tempo è sempre stato il mio cruccio fondamentale, credo che nel fumetto si abbiano a disposizione gli strumenti migliori per farlo, uno spazio reale, quello tra le vignette, che il lettore può vedere, come se avesse sempre un orologio con le lancette in sovrimpressione durante la visione di un film. Non sei legato all’audio, puoi aumentare o diminuire il ritmo a tuo piacimento, soprattutto se scegli, come ho fatto io, di fregartene di dare anche solo una parvenza di struttura ordinata. Tutto questo è molto punk!

Il colore, come prima, è un elemento narrativo, non deve abbellire ma distinguere. Nella sequenza della gita, il pennarello azzurro ha un ruolo fondamentale, quindi deve vedersi. Poi, stavolta, c’è un’esigenza specifica, cioè quella ovvia di distinguere due linee temporali diverse all’interno dello stesso capitolo. Per quello due colori che sono quasi complementari, opposti, come opposti sono i rapporti tra i personaggi prima e dopo.

Dal viaggio ad Arjembad in poi il tratto diventa un po’ più “realistico”, se di realistico si può parlare, i colori diventano meno saturi e meno divertenti, anche perché, più che l’adolescenza, credo che sia questo il periodo che ci definisce meglio per il resto della vita. Anche qui, racconto però solo quei personaggi, non una storia universale, altrimenti sarei stato sicuramente più lirico per quanto riguarda i dialoghi.

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ROSA, VIOLA E CELESTE

La maternità, i pro e contro che escono dalle vignette e diventan diagramma di flusso, il cervello di Francesca, i vecchi cellulari e l’innamorarsi dell’idea.

Come mai hai costruito queste tavole quasi come fossero un’infografica? Quale intenzione avevi?

Stefano Simeone: Quella di barare! In questo caso ho provato a sdrammatizzare tutta la situazione, col risultato che, dopo averlo riletto, mi sono accorto che forse è la parte della racconto più drammatica comunque, anche se ha un ritmo abbastanza veloce.

È un libro molto lungo, non ho potuto permettermi il lusso di essere troppo ripetitivo, quindi, in questo caso, sono partito col modificare la forma delle vignette, che alla lunga sono sparite o sono diventate elementi grafici, come frecce o diagrammi, fino a quando anche le parole si sono unite e hanno creato SLORP!

Conoscendo già il finale della storia, durante la lavorazione ho provato a divertirmi il più possibile, inserendo texture, ma anche, nel caso della sequenza che comincia a pagina 188, usando colori più morbidi per raccontare una scelta difficile ma affrontata, almeno nelle intenzioni di Francesca, in modo più maturo.

Anche se lo spazio dato alla protagonista è molto, in termini di pagine, per me è comunque un racconto corale, quindi anche quando racconto una vicenda così personale cerco sempre di mettere in relazione più personaggi tra loro, col risultato che Francesca resta la meno definita, al contrario di Martina che acquista sempre più importanza, rivelando (anche a me) una complessità di carattere e una maturità inaspettata.

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VERDE CHIARO

Del passato che a volte è meglio che non ritorni. Di Martina. Di passaggi di consegna. Del divenire quella persona che per l’altro sei sempre stato. Degli addii che manco ci si accorge che sono adii.

Come mai hai deciso di affrontare così questa parte cruviale del fumetto?

Stefano Simeone: Credo che la differenza tra la giovinezza e la maturità non siano gli eventi che accadono, ma come si affrontano. Nella seconda parte del libro succedono cose davvero traumatiche, per quanto mi riguarda diventa quasi un libro horror, tuttavia i personaggi sono abbastanza navigati, reagiscono in modo più pacato. Per ammorbidire il tutto, ho avuto l’idea di far avvenire una cosa agghiacciante in un parco pieno di verde, dove l’unico pericolo relativo sembra essere uno scivolo un po’ troppo ripido, dove le panchine sono sempre libere e non piove mai. Forse sono sadico e l’ho fatto per l’esatto opposto, come Sergio Leone insegna, ma la verità non la dirò mai.

A sfalsare tutti i miei piani, al solito, i personaggi, che ricompaiono improvvisamente dopo tantissime pagine e tantissimo tempo. In questa sequenza mi sono anche divertito ad ideare un’ideale collegamento con il mio primo libro, Semplice, perché, i miei primi tre lavori da autore unico appartengono a uno stesso universo narrativo che con Diciottovoltevirgolatre è (quasi) chiuso. Manca una piccolissima parentesi fantascientifica che riguarda Simone, ma grossomodo per il resto ci siamo.

Per quando riguarda il modo di raccontare di questo capitolo, mi piaceva l’idea del fuori campo, di quello che non è inquadrato ma che è importantissimo, di quelle cose fondamentali che ti succedono e nemmeno ci sei, come Francesca, che per un motivo stupidissimo esce di scena proprio nel momento più importante del libro. A questo punto si chiude anche il personaggio di Martina, che con mio grandissimo stupore è cambiata tantissimo.

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AZZURRO

Le ombre, gli interni e l’ombretto. La consapevolezza di sapere come andrà a finire. Gli ombrelloni che sono un 16,3.

La spiaggia diventa un luogo molto importante per lo sviluppo della storia di Francesca…

I luoghi che disegno sono spesso accennati perché non hanno importanza, la sintesi grafica che utilizzo per la spiaggia, invece, è la stessa identica della scena del falò. Questo perché volevo associare lo stesso luogo a due eventi contrapposti, ovvero il passato e il futuro, il tutto mentre Francesca continua ad essere una sorta di spettatore, perché lei, alla fine, l’ho definita davvero pochissimo, si capisce chi è soltanto attraverso gli altri.

Trovo difficoltà nei finali, non mi piace raccontare delle parentesi di vita in un genere narrativo così rarefatto. Voglio sempre che il lettore immagini il finale che preferisce, dal romantico allo splatter, perché io per primo, quando leggo qualcosa di questo tipo, provo piacere a fare lo stesso.

In questo caso, tuttavia, il finale lo conoscevo bene dall’inizio, ho cercato quindi di lanciare fuori dal libro più parentesi narrative possibili, in modo da dare quel senso di incompletezza che altrimenti non ci sarebbe stato.

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VERDE OLIVA SPENTO

E la Gioconda.

Perchè lei, perchè Parigi?

Stefano Simeone: Tutto il finale del libro è la naturale evoluzione di un percorso iniziato a pagina uno, mi è bastato solo un accenno della personalità di ognuno, poi ogni luogo e ogni frase hanno portato inevitabilmente a questo. In questo caso si trattava di un quadro molto famoso in un museo relativamente distante, ma, anche in questo caso, Parigi è stata vicinissima o lontanissima, non è un luogo fisico e ho cercato con tutte le mie forze di non misurarne la distanza in chilometri, spero di esserci riuscito.

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Ilaria Mencarelli
Informazioni su Ilaria Mencarelli (401 Articoli)
Classe 1988, marchigiana d’origine e milanese d'adozione, insegue da qualche anno la laurea specialistica in Scienze della Terra a Milano, che la porterà ad essere geologa a tutti gli effetti. Dal 2013 decide che vuole di più e incomincia a scrivere: prima raccontini liberi sul suo blog, poi articoli e recensioni. Ama tutto ciò che è arte e ha un debole per i fumetti.

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