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Maker Faire Roma: uno sguardo nel futuro

Si è conclusa da poco la quarta edizione della Maker Faire di Roma (ricordate lo scorso anno?). Ci sono volute quattro edizioni e altrettanti luoghi, ma sembra che da quest’anno la girovagante Maker abbia finalmente trovato la giusta collocazione nella remota landa della (nuova) Fiera di Roma. Ovviamente per giusta collocazione intendo un luogo che abbia spazi grandi, stand liberi dalla folla e dia a tutti la possibilità di poter guardare ed osservare tutto con comodità, senza trovarsi davanti a centinaia di persone ammassate e curiose.

Grandi spazi e criticità

La soluzione spesso è anche però fonte del problema e probabilmente proprio per la grande estensione in termine di metri quadrati della Fiera, che ho per la prima volta avuto l’impressione di stand riempiti a forza (per fare numero?) e di uno sforzo notevole da parte di tutti che non corrispondeva al reale interesse del pubblico, ho visto troppi stand vuoti e un po’ tristi che non sapevano davvero che fare e con chi parlare. Un famoso ‘zio’ diceva che ‘da grandi spazi derivano grandi responsabilità’ (concedetemi la licenza poetica) e mi auguro con tutto il cuore di non rivedere gli stessi stand il prossimo anno che provano a lanciare (per l’ennesima volta) un’App già lanciata da altri in tempi diversi.

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Multinazionali e sorprese

Con tanto spazio e disposizione si ha il tempo di girare meglio e di guardare con occhi diversi il mondo. Ti capita di fare un giro più volte intorno al colorato stand multilingua di Google, dove ragazzi preparati a dovere raccontavano in Inglese alcune delle funzioni e delle novità della grande G. Dimenticandosi purtroppo che erano a Fiumicino (sede della Fiera) che di internazionale ha solo l’aereoporto e  chiacchierare in inglese con gli insegnanti per spiegargli il progetto scuola era praticamente inutile.

Ma la Maker è anche un luogo magico che ti porta a guardare le cose in modo differente, dove ti capita di imbatterti in progetti da ‘pausa pranzo’ come quello dei ragazzi (mi passate il termine vero?) del reparto ICT dell’Eni. In pratica, la grande azienda con il cane a sei zampe disegnato da Luigi Broggini, ha sfruttato (passatemi anche questo please…) i propri dipendenti per capire se avevano idee interne per il risparmio energetico. Per molti sarebbe sfruttamento del lavoratore, invece è un vero e proprio volontariato tecnologico, una sfida tra colleghi, con risultati davvero incredibili, che vanno dalle sonde per il controllo dell’acqua nei pozzi, fino all’idea di una digital home talmente tanto semplice da restare increduli: un semplice chip collega ogni singola spina con ogni presa elettrica della casa e metta in comunicazione (con l’immancabile App) tutti gli apparecchi elettrici presenti, raccontandoti quanto stai consumando in tempo reale e quali sono le tue spese e le tue criticità a livello di consumo. Capite? Una spina e una presa. Tutto qui.

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Dall’Hackaton alla Maker Faire

Ma Eni si è anche fatta promotrice e sponsor di idee e progetti di ragazzi provenienti da diverse esperienze formativi, portandoli in qualche modo alla ribalta della grande Fiera internazionale (di Fiumicino). Come ad esempio i quattro progetti proposti nello stand (ok, lo confesso sono rimasto colpito), dal Solar Hub, un vero edificio progettato da +Lab, capace di sfruttare le potenzialità dei pannelli solari LSC e OPV (su questo ci torneremo) facendo vivere un spazio ibrido architettonico. In effetti sono stati i panelli solari LSC a fare la differenza nella mia percezione di questa avventura Maker, basti pensare ai ragazzi del PopLab di Rovigo che hanno inventato La Fulgor, una lampada architettonica capace di funzionare sia di giorno che di notte, filtrano l’energia solare di giorno che diventa energia eletricca di notte senza alcun bisogno di collegarsi ad alcun tipo di impianto: in pratica un pannello solare autoalimentato. Ma lo stesso pannello LSC è anche il padre del Drops of Jupiter (realizzato da CrunchlLab) un modulo idroponico domestico (e torniamo alla casa ecosostenibile) capace di creare una vera serra verticale in casa. Ma (visto anche il periodo) è il progetto BeSafe che si è meritato tutta la mia attenzione. Realizzato dai ragazzi di AsterApp, BeSafe è una tenda di primo soccorso a energia solare totalmente autosufficiente a livello energetico grazie ai suoi pannelli solari flessibili. La tenda si chiude compatta e può essere lanciata con aerei o droni nei luoghi di prima necessità ed è in grado di comunicare ai soccorritori la localizzazione e lo stato di salute dei suoi occupanti e può garantire sei giorni di autonomia energetica. Utile, compatta, fondamentale in molti luoghi e in occasioni difficile, al momento è solo un prototipo. Che aspettate a metterla in produzione?

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Ovviamente la Maker Faire non è e non sarà mai solo Eni, sarebbe oltremodo riduttivo se fosse così, ma diciamo che per una volta indagare con gli occhi di una multinazionale da molti definita ‘cattiva’ mi è servito a capire che guardando al futuro, tutto potrebbe esserci utile e non importa da dove arrivi. Sono finiti i tempi in cui contava di più se l’idea era venuta ad un ragazzo in garage piuttosto che ad un ingegnere dell’Eni. Poco importa se i ragazzi di Limix che hanno vinto il primo premio (centomila euro) con un guanto capace di tradurre in voce i gesti del linguaggio LIS, vengono dall’Università o dal sottoscala, qui sono le idee che vincono e onestamente mi sembra davvero superfluo cercare di capirne il percorso. Più azione e meno chiacchiere.

 

 

 

Paolo
Informazioni su Paolo "Ottokin" Campana (2098 Articoli)
Paolo "Ottokin" Campana. Founder di Bloggokin. A volte grafico. A volte blogger. Giro, vedo gente, mangio cose.

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