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Come è bello essere Strani: la recensione di Doctor Strange

Dopo Captain America: Civil War, un altro risultato brillante per i Marvel Studios: il film sullo Stregone Supremo è divertente, ricco d’azione e con un Benedict Cumberbatch protagonista assoluto

Chi è Stephen Strange? È un famosissimo quanto arrogante neurochirurgo, che a causa di un incidente stradale perde l’uso delle mani, il suo strumento di lavoro più prezioso. Le migliori cure al mondo non sembrano sortire alcun effetto, e per tornare quello che era il Dottor Strange si spingerà fino in Nepal, alla ricerca di un luogo misterioso, Kamar-Taj e dell’unica persona che forse può aiutarlo, l’Antico. Ma quel che troverà sarà una sfida alle sue convinzioni più radicali, una porta su nuove dimensioni del corpo e della mente, che lo cambieranno per sempre.

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Che cosa dire di questo quattordicesimo lungometraggio del Marvel Cinematic Universe (per gli amici MCU)? Doctor Strange è il nuovo tassello di un mosaico piuttosto complesso iniziato più di otto anni fa, quando uscì il primo Iron Man (Maggio 2008) – con cui fra l’altro Strange condivide diversi pregi e anche qualche difetto. Il film di Scott Derrickson (regista abituato alle atmosfere horror, da The Exorcism of Emily Rose a Sinister) risponde perfettamente a tutti i requisiti del tipico film Marvel: importanza primaria data allo storytelling e alla fluidità della narrazione, da cui una regia pulita e chiara che non osa mai troppo, toni scanzonati e leggeri, un discreto utilizzo della CGI, una fotografia luminosa e soprattutto, elemento da non sottovalutare, un cast di ottimo livello. C’è poi la questione dell’universo condiviso accennata più sopra, che è la vera grande novità introdotta dal demiurgo Kevin Feige fin da Iron Man, per cui i prodotti Marvel/Disney possono essere fruiti singolarmente ma sono allo stesso tempo inseriti in un contesto più grande che replica in scala la continuity fumettistica. Nemmeno Strange si sottrae a quest’opera di ingegneria cinematografica, rivelandosi anzi un pezzo importante dell’affresco: gli esempi più clamorosi riguardano le dimensioni alternative mostrate nel film, che rimandano direttamente a quanto visto l’anno scorso in Ant-Man, e la comparsa di una nuova Gemma dell’Infinito, supremo McGuffin della serie (l’uso del termine non è casuale: in più di un senso il progetto Marvel/Disney si avvicina alla logica televisiva).

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Sarebbe però disonesto non riconoscere che il film quando può fa qualche deciso passo avanti rispetto ai suoi predecessori, soprattutto in termini visivi: pur non inventando nulla, ma anzi pescando a piene mani da Inception, Batman Begins (come ormai qualsiasi origin story che mostra il protagonista barbuto e trasandato vagare in un paesaggio orientaleggiante), Matrix, il cinema di Terry Gilliam e le opere di Escher, Derrickson si dimostra particolarmente abile nel gestire una macchina visiva di notevoli dimensioni, riuscendo fra l’altro a sfruttare degnamente la stereoscopia (guardate il film in 3D, se potete: ne vale la pena). Oltre alle scenografie e ai costumi, entrambi molto sopra la media, è l’aspetto lisergico/surreale a non deludere le aspettative, in particolare durante il primo “viaggio” di Strange, una sequenza ricca di suggestioni e di momenti fra l’esilarante e il disturbante. Il film regge piuttosto bene anche sul piano dell’azione, che ha un ruolo centrale fin dal bellissimo prologo: le sequenze di combattimento sono di una certa complessità perché sono quasi sempre giocate su paradossi visivi, spaziali e ad un certo punto addirittura temporali. Il tempo è un elemento che assume un ruolo narrativo importante soprattutto nel finale, grazie ad una trovata di sceneggiatura che non sveleremo ma che dà tutto un altro sapore al terzo atto, solitamente il più debole delle produzioni Marvel. Dal punto di vista della scrittura non siamo certo di fronte a nulla di rivoluzionario, e anzi, a volte l’esigenza di stemperare ogni momento di pathos con l’ironia appare forzato, come se si temesse di allontanarsi troppo dalla formula adottata finora (e che, c’è da dire, ha decretato il successo commerciale di questi film). Ma d’altra parte Doctor Strange “scorre” fin troppo bene, a dimostrazione che alle spalle della pellicola c’è una scrittura quantomeno consapevole e che porta a casa il risultato in scioltezza.

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Naturalmente il film non sarebbe stato lo stesso senza un protagonista all’altezza, e mi sembra che in questo caso Benedict Cumberbatch fosse l’asso nella manica di Feige e soci, la scelta di casting che rende tutti contenti: è fedelissimo alla controparte cartacea dal punto di vista estetico, e incidentalmente è anche uno dei migliori attori in circolazione. Se la Disney saprà gestirlo saggiamente, il Dottore ha tutte le carte in regola per spodestare Robert Downey Jr/Tony Stark dal primo posto fra i personaggi più amati. Il resto del cast non è meno degno di nota; segnalo in particolare Tilda Swinton, che nei panni dell’Antico si ritrova fra le mani un personaggio difficile ma di cui riesce a trovare la giusta sfumatura di “carisma e sintomatico mistero”; e Benedict Wong, nei panni del bibliotecario Wong (non ci è sfuggita l’ironia) a cui bastano solo una manciata di inquadrature per entrare nel cuore di tutti. Pollice verso invece per Mads Mikkelsen: il suo Kaecilius è senz’altro il punto più basso della pellicola, un villain mai davvero convincente, e che si unisce quindi alla purtroppo folta schiera di cattivi poco incisivi proposti finora dalla Marvel cinematografica.

Concludendo: se apprezzate il lavoro che Marvel e Disney stanno portando avanti in questi anni allora amerete molto questo Doctor Strange. In caso contrario, può darsi che un innocuo film d’avventura con tanti momenti visivamente riusciti sia solo un modo divertente di passare due ore del vostro tempo.

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