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In 5 tavole: Dylan Dog 361 – Mater Dolorosa

Il disegnatore Gigi Cavenago ci racconta la genesi di cinque tavole di Mater Dolorosa, albo che festeggia i 30 anni i Dylan Dog

Durante il trentesimo compleanno di Dylan Dog, in un giorno molto frenetico diviso tra conferenza stampa di Sergio Bonelli Editore e Dylan Dog Day, ho avuto modo di mettere le mani sul Dylan Dog 361 – Mater Dolorosa, albo celebrativo realizzato da Roberto Recchioni (ai testi) e Gigi Cavenago (ai disegni e ai colori) che ci riporta nei meandri della mitologia dell’Indagatore dell’Incubo.

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L’incredibile qualità delle tavole e l’interessante trattamento realizzato sulla gabbia bonelliana, diviso tra splashpage, vignette senza bordi e margini scontornati, mi ha spinto a portare avanti un esperimento iniziato l’anno scorso a LuccaComics & Games: quello di mostrarvi che cosa significa realizzare un fumetto attraverso le voci degli stessi autori e la descrizione di cinque tavole particolarmente rappresentative del loro lavoro scelte appositamente da me.

Oggi ospitiamo Gigi Cavenago che ci ha raccontato alcune delle curiosità relative la genesi e la creazione di cinque tavole di Mater Dolorosa. Tra citazioni, confronto sceneggiatore-disegnatore e visioni personali ne leggerete delle belle!

Enjoy it!

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Gigi Cavenago: Sono tavole che ho affrontato abbastanza presto perché sarebbero state determinanti per il resto della storia, non solo per la presenza del galeone, ma proprio a livello stilistico.

In sceneggiatura la nave viene descritta come “un incubo nero fatto vascello”, fatto di ossa e fasci muscolari. Ho subito pensato di rappresentarlo come una massa rossa, viva, piuttosto che scura e inquietante, di dargli un aspetto il più organico possibile senza stravolgere la struttura tipica di una nave. Non esistono studi precedenti del galeone, è nato tutto in queste due tavole.

Idem per Mater Morbi, a parte uno schizzo di massima del costume, qui è la prima volta che l’ho disegnata, anche se poi l’ho ripresa a fine lavorazione (su internet ci sono delle anteprime con la precedente versione). Un dettaglio dell’abbigliamento du Mater Morbi che poi s’è perso è il tricorno in testa.

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Gigi Cavenago: Questa è stata tosta.

E’ forse la scena più violenta dell’intera storia.

Bisognava raccontare un amplesso nella maniera più degenerata possibile, si tratta di un uomo consumato dal dolore e una dominatrice, vittima e carnefice. Un dettaglio che mi è piaciuto aggiungere è la mano di Dylan che cerca di allontanare il volto di Mater Morbi mentre lei lo inchioda al letto tenendolo per la gola. In una scena del genere è fondamentale sapere dove mettere le mani.

L’inquadratura poi ha un effetto prospettico “a sprofondo” così deformato da rendere tutto surreale. I due primi piani più sotto non fanno che sottolineare il contrasto tra i due, con un Dylan che pare sotto tortura.

Mi colpisce che di questa pagina non si sia parlato di più, mentre la facevo pensavo che qualcuno ci avrebbe ripreso, dicendo che eravamo andati troppo oltre o qualcosa del genere.

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Gigi Cavenago: L’idea di citare Klimt è stata di Roberto e nasce da due opere, la prima è “Danae” per la posizione della testa e l’espressione di Morgana, la seconda è un dettaglio di “Le Tre Età della Vita”. Ho cercato una composizione quanto più avvolgente possibile tenendo conto anche che nella vignetta successiva doveva riproporsi la stessa scena nella sua versione “degenerata”.

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Gigi Cavenago: Questa è stata una delle tavole che più mi hanno colpito in fase di lavorazione, perché il risultato finale ha superato le mie aspettative.

In origine doveva essere suddivisa in quattro strisce: nella prima doveva comparire Mater Morbi, nelle successive, immagini allegoriche legate al monologo sulla malattia, la sofferenza ecc.
Quando ho cominciato a imbastire la tavola mi sono accorto che le quattro strisce si stavano fondendo alla perfezione in un’unica immagine compatta.

In quella parte centrale della vignetta che rappresenta la sofferenza universale di uomini, piante ed animali, m’è venuto spontaneo mettere alberi, uomini, donne, bambini e pure un cavallo. Mi son reso conto a tavola finita che mentre disegnavo stavo pensando quasi inconsciamente a Guernica di Picasso, non tanto nel tratto o nello stile, ma nel “mood” catastrofico e disperato. Non è una citazione diretta, e nemmeno voluta, ma più che altro “sentita”.

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Gigi Cavenago: La doppia splash page. Roberto voleva un Dylan “alla De Luca”, vale a dire ripetuto più volte in un movimento, fluttuante, alla deriva in uno spazio vuoto. Sullo sfondo una “compsizione caleidoscopica” di tutti gli elementi Dylaniati.
Questa doppia splash è arrivata a fine lavorazione e mi ha trovato un po’ stremato tant’è che l’ho ripresa in più round.
C’è stato un momento in cui pensavo di colorare solo Dylan e di lasciare lo sfondo in bianco e nero, un po’ per stanchezza, un po’ per rendere più leggibile la scena e richiamare le tavole in bianco e nero della serie regolare.

Non avrebbe funzionato credo.

I più attenti si saranno accorti che tra i Dylan fluttuanti ce n’è uno preso paro paro dalla copertina di “Ritorno al crepuscolo”, una delle mie preferite.

In sceneggiatura dovevano comparire più mostri, parlo di mostri classici del cinema o del mondo di Dylan, un Frankenstein e un uomo lupo magari, o un Mana Cerace. Ho deciso però di limitarmi a un gigantesco occhio fluttuante alla “Ai Confini della realtà”, un pipistrelletto e una falce di luna.

A volte, come dicono gli americani, “less is more”.

Ilaria Mencarelli
Informazioni su Ilaria Mencarelli (400 Articoli)
Classe 1988, marchigiana d’origine e milanese d'adozione, insegue da qualche anno la laurea specialistica in Scienze della Terra a Milano, che la porterà ad essere geologa a tutti gli effetti. Dal 2013 decide che vuole di più e incomincia a scrivere: prima raccontini liberi sul suo blog, poi articoli e recensioni. Ama tutto ciò che è arte e ha un debole per i fumetti.

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