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The Neon Demon: la recensione

Il nuovo film di Nicolas Winding Refn parla di moda, bellezza e desiderio con uno stile visivo estremo e conturbante.

C’è una ragazzina della Georgia, Jesse, che come una novella Alice si avventura in un mondo alieno, una Los Angeles mai così patinata e minacciosa. Vuole diventare una modella. Jesse non passa inosservata: infatti, chiunque incontri rimane totalmente ammaliato dalla sua bellezza. Così la ragazzina della Georgia, sotto gli occhi sempre più invidiosi delle colleghe, troppo vecchie, troppo anonime, troppo rifatte, scala rapidamente i vertici dell’ambiente, arrivando in poco tempo a posare per il famoso fotografo Jack McArthur e a chiudere la sfilata di un importante stilista. E allora il gioco comincia a farsi pericoloso, perché quando hai tutto, c’è sempre qualcuno che farà il possibile per portartelo via.

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Perché andare a vedere The Neon Demon? La mia opinione è che sia un film che ha un’idea precisa di quello che vuole raccontare e che riesce a farlo in modo compiuto mettendo al centro l’aspetto visivo.

Vorrei premettere una cosa: nonostante il fatto che il regista Nicolas Winding Refn riempia la sua opera di metafore e simbologie, e che sia volutamente astruso in alcune parti, la mia impressione è che il film sia molto più lineare di quanto i trailer ci avessero lasciato intendere. Sebbene possa essere definito come “surreale”, il suo obiettivo è chiaro fin dal principio: The Neon Demon parla soprattutto della natura predatoria dell’uomo. Fa un discorso non particolarmente nuovo sul ruolo della bellezza nella società di oggi, ma lo fa con una coerenza stilistica, cioè parlando anche e soprattutto attraverso le immagini, che non lascia indifferenti. Di metafore che riguardano il rapporto predatore-preda il film è pieno, a partire dalla seconda inquadratura in assoluto, quella in cui il fotografo Dean osserva Jesse, non a caso coperta di sangue. Il suo è uno sguardo carico di desiderio violento, di possessività, e non sarà l’unico fotografo a guardare in quel modo la protagonista. The Neon Demon mette infatti su pellicola ciò che una grandissima esperta di immagini come Susan Sontag diceva a proposito della fotografia, e dell’uso che ne facciamo: “Fotografare significa appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere“.

Una delle sequenze visivamente più potenti riguarda proprio la possessione di Jesse da parte del famoso fotografo Jack McArthur, che figurativamente la vìola spargendo d’oro il corpo vergine. O potremmo parlare dell’inquietante scena che coinvolge un grosso felino, o del fatto che il palazzo dove si svolge il terzo atto è pieno di carnivori impagliati, tutti riferimenti all’istinto predatorio che sembra prendere il sopravvento nelle persone che entrano in contatto con la splendida e misteriosa Jesse.

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Dico misteriosa perchè il film lascia trasparire qualcosa di torbido nel passato della protagonista, qualcosa che non viene mai davvero esplicitato ma che rende il personaggio molto meno innocente di quel che appare a prima vista. E quanto è brava Elle Fanning nel gestire il suo ruolo! L’attrice veste benissimo i panni della ragazzina sperduta all’inizio del film ma convince anche nella progressiva trasformazione di Jesse in una giovane adulta sempre più in sintonia con la freddezza e l’indifferenza del mondo della moda. Ancora più brava è Jena Malone nei panni di Ruby: va dato atto a Refn di essere il primo regista ad averne compreso appieno l’indiscutibile carisma (ci era andato vicino Zack Snyder, affidandole un ruolo importante in Sucker Punch), costruendole attorno un personaggio molto intrigante nella sua ambiguità, di cui sai di non poterti fidare dal primo momento in cui la vedi, ma finendo lo stesso per cadere nella sua subdola rete. Ruby è la protagonista di alcune delle scene più estreme – e c’è una inquadratura in particolare, di lei dentro una vasca da bagno, che è fra le più belle di tutto il film – di cui non diremo nulla per non rovinare la sorpresa, ma che indubbiamente faranno storcere il naso a qualcuno. Si tratta di sequenze che avvengono nella seconda parte del film, in cui Refn si conferma regista fuori dagli schemi, spingendo forte sul tasto dell’astrattismo e dell’horror. Scelte che sono in perfetta sintonia con ciò che sembra avere in mente dall’inizio, l’idea di cinema come esperienza sinestetica: la colonna sonora dell’ottimo Cliff Martinez è potentissima, la fotografia e le inquadrature sono sempre ricercate e curate al dettaglio. E Refn non ha paura di spingersi ai limiti, fin quasi ad apparire banale o gratuito in certe scelte. Quello che soddisfa di più, una volta usciti dalla sala, è la sensazione di aver assistito a del vero cinema, in cui immagini e suoni contino più della parola o della storia, e che anzi li sostituiscano riuscendo a raccontare qualcosa di più grande e appagante.

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Alcuni osservazioni conclusive:
Keanu Reeves in un ruolo così negativo non lo si vedeva da tempo, e vanno fatti i complimenti a Refn per la brillante intuizione di casting, visto che l’attore è molto convincente (la sua entrata in scena è da brividi, in tutti i sensi).
– Tra l’altro Reeves è il protagonista di una sequenza che mostra la fellatio più inquietante dai tempi di Matthew McConaughey e il pollo fritto in Killer Joe.
Christina Hendricks (che con Refn aveva girato Drive) ha una piccola parte in cui conferma di essere davvero una brava attrice. Speriamo di vederla più spesso in film importanti.
– La canzone di Sia che chiude il film è azzeccatissima, mentre i titoli di coda sono decisamente la cosa più straniante della pellicola.
The Neon Demon potrebbe tranquillamente essere considerato un film di vampiri. Un film di vampiri molto molto spaventoso.

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