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Tokyo 2020 – Un giallo a base di accuse, archistar e concorsi

Il 26 Aprile 2016 la commissione per i giochi olimpici di Tokyo 2020 ha ufficializzato al mondo intero i nuovi emblemi dell'evento sportivo internazionale.

Il 26 Aprile 2016 la commissione per i giochi olimpici di Tokyo 2020 ha ufficializzato al mondo intero i nuovi emblemi dell’evento sportivo internazionale.

Grazie a dei contatti locali, ho seguito personalmente tutto lo storico progettuale di questi marchi, che vi vengo a riportare per iscritto.

L’immagine coordinata dell’evento venne inizialmente commissionata a Kenjiro Sano, che nel luglio 2015 presentò due marchi geometrici concettuali, perfettamente in linea con la cultura visiva giapponese, dal gustò un po’ retrò ma decisamente funzionali ed adatti a rappresentare i giochi.

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Sano proponeva una rivisitazione di due caratteri tipografici graziati, Bodoni e Didot, eseguendo un processo di analisi delle linee costruttive geometriche basilari, frammentando lettere in forme pure, decostruendo gli insiemi per ricostruire successivamente un nuovo codice visivo.

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Non si trattava di due semplici marchi, ma di un intero alfabeto coordinato nelle geometrie e colori, che sarebbe servito come codice per l’intera comunicazione dell’evento. Ma la storia ci insegna che la geometria pura, nella progettazione grafica, è tanto sublime quanto potenzialmente ripetiva: un’arma a doppio taglio. Infatti furono poche le ore trascorse dalla presentazione alla prima alzata di mano: “Kenjiro, scusi un secondo, il suo logo è uguale al mio”.

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Parlava il designer belga Olivier Debie, creatore del marchio del Théâtre de Liège nel 2013, accusando formalmente il plagio del suo lavoro. Accusa abbandonata solo nel gennaio 2016 a causa dei costi legali che stavano lievitando a dismisura.

Nel frattempo, la commissione dei giochi olimpici –  International Olympic Committee (IOC) – ritirò i lavori di Sano e chiese all’agenzia Hakuhodo Inc. di realizzare una nuova immagine. Il nuovo simbolo appena creato proponeva un’ampersand a bastoni stagliata dentro un cerchio rosso, immagine che non venne nemmeno presentata alla comunità mondiale, passata decisamente in sordina in quanto da subito venne riconosciuto un secondo plagio, questa volta nei confronti di una società neozelandese. Questo fatto segnò un secondo duro colpo per l’onore dei giapponesi, che non vollero più sentir ragioni e decisero di indire un concorso per la creazione del marchio, affidando al destino la nuova immagine dei giochi.

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Contest, che parolone: terrore dei designer, padre delle delusioni, madre della polemica. E non ho finito qui, purtoppo devo andare a ritroso nella storia, perché i concorsi ed i contenziosi furono più di uno.

Anche le paraolimpiadi avevano bisogno di un nuovo stadio, la cui progettazione venne affidata ad concorso ristretto di architetti preselezionati per l’eccellenza del proprio portfolio. Inizialmente venne selezionata la proposta della recentemente scomparsa Arcistar Zaha Hadid, nota capostipite e regina dello stile decostruttivista parametrico.

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Quanta bellezza: chi non rimarrebbe a bocca aperta davanti tale grazia di linee fluide ed accattivanti?

La commissione. Punto. Il progetto presentato era troppo caro, quindi la Hadid dovette modificarlo per contenere i costi, ma i giapponesi decisero di adottare il progetto di un connazionale, Kengo Kuma. E pure questo venne accusato di essere troppo somigliante al progetto della Hadid, che da vera signora mise per iscritto che il suo materiale poteva essere usato e modificato senza incorrere in effrazioni di copyright, ma nonostante la pesante umiliazione, i giapponesi non firmarono alcun contratto.

Vediamolo quindi lo stadio di Kengo Kuma, perché da questo torneremo a parlare del marchio olimpico.

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Nonostante la comunità mondiale si opponesse ad un nuovo concorso, nonostante il Presidente Aiga – associazione dei progettisti americani – provò personalmente a dissuadere i giapponesi, chiedendo di affidare l’immagine ad un meritevole nipponico, ormai la commissione aveva indetto una competizione aperta a tutti, il cui premio ammontava a poche migliaia di euro (10000 dollari).

Arrivarono ben 14599 proposte. Poche cose ho studiato a scuola, ma la matematica mi ha insegnato che se una commissione avesse dedicato 5 minuti alla visione di ciascun progetto, per 12 ore al giorno, entro questo dicembre 2016 non avrebbe ancora finito di aprire le buste pervenute. Ma lasciamo perdere la polemica e torniamo ai marchi. Preselezionarono 4 lavori e contro l’opinione pubblica, che aveva espresso una preferenza diversa, hanno scelto il lavoro di Asao Tokolo, architetto-progettista giapponese.

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Torniamo al nuovo stadio: l’emblema delle paraolimpiadi non è altro che la sua rappresentazione in piano. Ci viene anche presentato un rationale impeccabile, che spiega il concept di questi due marchi. Si tratta di segni modulari, i cui tasselli rappresentano le nazioni nella loro diversità etnica e culturale. Diversi ma uniti, fusi in un unico spirito comune: il gioco che unisce.

Parole impeccabili, ma dobbiamo pur sempre far i conti col segno grafico. A detta di molti quel colore indigo su fondo bianco esprime troppa istituzionalità e tristezza d’insieme. Secondo altri, mentre l’emblema paraolimpico segue un’armonia impeccabile, l’emblema olimpico principale sembra un  goffo e veloce arrangiamento per terminare un lavoro senza budget e tempo.

Non spetta sicuramente a me giudicare, io vi ho esposto i fatti, ma tutto l’accaduto mi lascia un velo di tristezza e nuovi dubbi sul sistema dei concorsi. Rimango altrettanto fiducioso che su questa base venga sviluppato un lavoro migliore, ora che almeno si è stabilito un punto di partenza.

Fonti: Dazeen e DesignSurfing

 

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