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Andate a vedere Veloce come il vento!

Matteo Rovere ci racconta una storia in equilibrio fra dramma familiare e film sportivo: dopo Lo chiamavano Jeeg Robot, un’altra opera grandiosamente atipica per il nostro cinema

Giulia De Martino, giovanissima pilota del campionato GT, è in un mare di guai: il papà-manager muore improvvisamente, lasciandole una montagna di debiti e un fratello più piccolo di cui occuparsi nel grande casale romagnolo dove abitano. A complicare il tutto, l’arrivo del fratello maggiore Loris, ex pilota di belle speranze diventato tossico, che spera di ottenere qualcosa dalla morte del padre e si installa in casa di Giulia con fidanzata al seguito.

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Del ritorno del cinema di genere in Italia si è parlato diffusamente negli ultimi tempi, e in maniera particolare in occasione dell’uscita del Racconto dei Racconti di Matteo Garrone, di Suburra di Stefano Sollima, e soprattutto di Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. Veloce come il vento si inserisce in questo filone di film diversissimi fra loro e che però rappresentano proprio quel segnale di cambiamento che in tanti attendevano. E il cambiamento passa attraverso l’adattamento di generi e tendenze tipicamente americani-anglofoni (dal fantasy ai cinecomics), rielaborati nei casi migliori con elementi di nostra specifica appartenenza. Eccoci allora con un film di macchine che da un lato non teme il confronto con i migliori esempi di questo tipo di cinema (dalla saga di Fast and Furious a Giorni di tuono, passando per Rush), e dall’altro non si vergogna di mettere in scena personaggi dall’accento romagnolo smaccatissimo, e campagna e periferie al posto delle grandi metropoli a cui siamo abituati.

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Bravo Matteo Rovere (qui alla sua terza prova registica e già produttore di Smetto Quando Voglio e di The Pills – Sempre meglio che lavorare): le gare automobilistiche sono finalmente potenti e adrenaliniche come si conviene, con un montaggio aggressivo e dal gran ritmo; c’è un gusto tutto nuovo nell’uso della colonna sonora e nella scelta dei brani (ottima e azzecatissima quella di Sail in un momento cruciale del film); c’è soprattutto uno stile visivo ben preciso e connotato, una novità per il nostro cinema. Rovere “sporca” le inquadrature appena può facendo grande uso della camera a mano, e sceglie una fotografia ricercata e dalle tinte forti, ad opera di Michele D’Attanasio, già direttore della fotografia in Lo chiamavano Jeeg Robot.

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La sceneggiatura scritta a sei mani dal regista insieme a Filippo Gravino e Francesca Manieri ripropone efficacemente un canovaccio classico – l’eroe alla ricerca del riscatto sociale che passa attraverso quello sportivo, inventato da Stallone in Rocky – riproponendone fedelmente tutti i passaggi, incluso un training montage eccezionale per scrittura e montaggio. Il copione si concentra poi nel dipingere un quadretto familiare disfunzionale ma pieno di calore umano, trovando in Matilde De Angelis e Stefano Accorsi due interpreti perfetti. La prima è un’autentica rivelazione, e fornisce una performance sorprendentemente matura per la sua età ed esperienza, ricordando a tratti la durezza e la determinazione della Katniss Everdeen di Jennifer Lawrence. Il secondo invece si dimostra abile trasformista e adotta un look da vero disadattato, con unghie e capelli sporchi e denti marci.

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È proprio nella sua caratterizzazione che il film ha un altro grande merito, per come evita abilmente ogni edulcorazione nel descrivere Loris e il suo mondo ai margini. E da un certo momento in poi appare chiaro come al film interessi molto di più raccontare la sua storia che non quella di Giulia. Ed è una storia, quella di Loris, che parla di redenzione, parla della necessità di dimostrare – anzitutto a sè stessi – di valere ancora qualcosa dopo aver deluso tutti. Come finirà non ve lo raccontiamo. Andate al cinema a vedere Veloce come il vento, è un film che ha tutto al posto giusto, soprattutto il cuore.

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