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Banksy, la StreetArt, i Musei (e Blu)

Abbiamo visto e raccontato la mostra 'Street Art, Banksy e Co. l'arte allo stato urbano, a Bologna dal 18 marzo al 26 giugno

Cosa ci porta a visitare una mostra in un Museo? Cosa spinge migliaia di persone a visitare in massa un’esposizione museale? La cultura? la nostra formazione scolastica? Un po’ di moda? La promozione pubblicitaria? Un amico che ci trascina per curiosità?

È davvero difficile dare una risposta esatta a queste domande, probabilmente la verità si cela semplicemente tra le pieghe delle cose elencate, un misto di voglia di sapere e conoscere, di ammirazione per l’artista (artisti) esposto o la capacità dei curatori della mostra nel far arrivare un messaggio tanto positivo e intrigante da farci scattare la curiosità.

Pochi anni fa la bellissima mostra di Caravaggio alle Scuderie del Quirinale fu visitata da oltre 580 mila persone (circa cinquemila al giorno), con file e prenotazioni interminabili e con un incasso di oltre quattro milioni di euro. Perchè? Per l’indiscussa e scontata bravura dell’artista? No. In fondo per vedere dal vivo un Caravaggio basta recarsi in una delle tre chiese di Roma nelle quali le opere dell’artista sono visitabili gratuitamente.
Quella mostra fu un successo perchè raccolse in una sola volta tutto il sapere, la conoscenza e la maestria di Caravaggio, con un solo biglietto si aveva la possibilità di capire, conoscere ed ammirare un preciso periodo storico e il suo massimo (e geniale) esponente.

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Questo in poche parole è secondo me il motivo vero, onesto e giusto per visitare una mostra: fare il punto su un periodo storico artistico, vedere con i propri occhi quante più opere possibili di uno o più artisti e sopratutto poterle confrontare per capirne il percorso, il viaggio, il traguardo. Scoprire e rimanere ammirati davanti all’opera vera e non alla sua ennesima rappresentazione digitale (che ne abbiamo pieno le tasche e i monitor).

La proprietà intellettuale è il petrolio del XXI Secolo – (Michalis Pichler)

Con questa frase si apre l’introduzione di Christian Omodeo (uno dei curatori) alla mostra bolognese ‘Street Art, Banksy e Co. l’arte allo stato urbano‘.

L’urban art ha cinquant’anni. È passato circa mezzo secolo da quando i primi writers iniziarono a ripetere in maniera ossessiva le loro firme sui muri di Philadelphia e New York. Le prime tags di Cornbread sono datate 1967, ma la firma “Joe ’58” sulla colonna alle spalle di Stevie Wonder, sulla copertina del suo terzo album – Down to earth – uscito nel 1966, ci ricorda che le origini di questo fenomeno non sono ancora state del tutto chiarite e che forse, senza neanche saperlo, questa mostra celebra una ricorrenza importante”.

Un movimento importante, trasversale, globale. Un movimento artistico che prese contemporaneamente piede in tutto il mondo verso la fine degli anni sessanta, dai tag newyorkesi ai pochoiristes parigini, dai pixaçao di Sao Paulo ai cholo writing di Los Angeles, il mondo firmò inconsapevolmente il manifesto di quella che oggi è la street art (all’epoca graffiti).

Probabilmente, senza rendercene conto (perchè ci siamo dentro), stiamo vivendo in un periodo storico/artistico, stiamo vivendo il profondo rinnovamento dell’universo urbano messo in atto dai writers, dagli artisti e dagli organizzatori di progetti di arte pubblica e dei numerosi festival. Ma stiamo anche vivendo lo scontro tra legale e illegale (comincia a diventare difficile capirne il confine) visto che fino a pochi anni fa chi ‘scarabbochiava‘ i muri era un criminale che andava perseguito civilmente e penalmente. Ricordo benissimo quel periodo, quando giovane iscritto all’Accademia di Belle Arti aspettavo la metropolitana di Roma per gustarmi gli enormi graffiti sui vagoni. Keith Haring già non c’era più e l’arte moderna stava cambiando sotto i miei occhi di appassionato curioso. Negli anni a venire lo stesso Comune ha consegnato le fermate della metropolitana di Roma a molti di quei writers dando dignità artistica ai lunghi e grigi tunnel urbani (vedi esempio Metro Spagna qui sotto).

Ma come e quando storicizzeremo questo periodo? Lo faranno i nostri figli che studieranno la street art come noi abbiamo fatto con la PopArt e Warhol? Una domanda semplice che attende delle risposte all’altezza dell’importanza storica di questi fenomeni. Musei, Comuni, assessorati, così come il mondo universitario sono chiamati a costruire e condividere dei percorsi capaci di inquadrarne e accompagnarne lo sviluppo.

È proprio in questo contesto che va vista e visitata la mostra Street Art, Banksy e Co. l’arte allo stato urbano, un evento ricco di opere, che porterà in Italia, tra le tante cose, la collezione donata nel 1994 dal pittore statunitense Martin Wong al Museo della Città di New York, nella quale si potranno ammirare lavori dei più grandi graffiti writers e street artists statunitensi come Dondi White, Keith Haring e Lady Pink.

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Il percorso espositivo della mostra risponde, prima di tutto, alla necessità di offrire a un largo pubblico un ritratto della storia cinquantenaria dell’urban art. Le tre diverse sezioni della mostra – La città dipinta, La città scritta e La città trasformata – non rispondono a un principio cronologico. Piuttosto affidano all’idea di città il ruolo di asse immaginario dell’intero percorso espositivo, in uno spirito di necessario dialogo sia con gli spazi espositivi di Palazzo Pepoli che con il suo statuto di Museo della Storia di Bologna. Per capire meglio di cosa parliamo e sopratutto di CHI parliamo vediamo cosa c’è nella mostra:

La Città dipinta

In questa sezione potremo ammirare una selezione di opere di artisti apprezzati e noti, tra i quali Banksy, Blu, Os Gemeos, Blek le Rat, Daim, Ron English, Faile, Shepard Fairey aka Obey, Invader e Swoon.

La Città scritta

Si articola attorno a una rilettura di quell’ideale di città, come luogo saturo di messaggi che vive e comunica attraverso un sovrapporsi non regolato di parole. Si comincia con alcuni stacchi di scritte degli anni Quaranta, confrontati con il progetto Anarchetiquette, per proseguire con un ritratto corale della scena graffiti punk di Amsterdam e degli interventi urbani di Tommaso Tozzi a Firenze, concludendo con un focus sulle tags, perché, per quanto siano la faccia più odiata e meno capita di queste culture urbane, esse rappresentano l’origine e la sintesi di una ricerca gestuale e calligrafica che ne sintetizza l’essenza stessa.

La Città trasformata

Conclude il percorso espositivo con un focus sulla New York degli anni Settanta e Ottanta. Il prestito eccezionale di una selezione di opere provenienti dalla Wong Collection di New York costituisce l’asse portante di questa sezione. I quadri, i disegni e gli sketchbooks di questa collezione forniscono uno spaccato sull’evoluzione del writing newyorkese in quegli anni.

Un’esposizione ricca e articolata, piena di opere (duecentocinquanta) che difficilmente rivedremo insieme (e qui si torna alla mostra di Caravaggio ricordate?), una mostra che ci serve (se interessati) a capire meglio il fenomeno street/urban art, come si è evoluto, come è diventato corrente artistica e come lo stiamo vivendo oggi.

Keith Haring, Blu e le polemiche

Guardate bene quest’opera qui sotto, si tratta dell’ultima opera realizzata da Keith Haring, si intitola Tuttomondo e si trova a Pisa, è in buone condizione malgrado un periodo in forte incuria da parte delle Istituzioni (fino a poco tempo era possibile parcheggiarci sotto come se nulla fosse). Oggi l’opera è tutelata e videosorvegliata dallo stesso Comune di Pisa.

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Ora osservate questa foto qui sotto, la riconoscete? E’ una delle grandi opere (a livello metrico) dell’artista americano. Si tratta di un muro di sei per due metri dipinto a Roma da Haring nel 1982 tra il Palazzo delle Esposizioni e la metro A.

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Se non lo avete mai visto prima (esistono pochissime foto) è perché Roma ha letteralmente “cancellato” la memoria artistica impressa da Keith Haring nel 1982 sullo zoccolo del Palazzo delle Esposizioni, ma anche sulle pareti trasparenti del ponte sul Tevere nella metropolitana linea A del tratto Flaminio-Lepanto.
La lungimirante amministrazione capitolina del 1992 pensò infatti di “ripulire” i graffiti di Keith Haring al Palazzo delle Esposizioni per non fare brutta figura con Michail Gorbacev in visita nella città, e successivamente di pulire la metropolitana da quegli ‘scarabocchi’.

Roma perse peso e credibilità artistica in merito alla street art, ma quelle opere erano illegali e il periodo era molto diverso da oggi. Oggi infatti (ed è la polemica del momento) ci si batte e si lotta contro gli stacchi (la pietra dello scandalo) delle opere dalle pareti. Si lotta per lasciare integri e intatti gli interventi degli artisti sui vari muri.

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Blu (o chi per lui) cancella le sue opere da Bologna © Foto Simone Sbarbati /FrizziFrizzi

Ma cos’è successo davvero? Proviamo a riassumere gli eventi (per quanto ne sappiamo).

Nel duemilaquattordici (2014) si viene a sapere che alcune delle opere di Blu stanno per essere abbattute insieme a muri che le ospitano. Si parla della zona industriale di Bologna, in particolare vicino alle officine Casaralta, le opere vengono staccate con il consenso del proprietario del muro. Grazie ad un delicato intervento di stacco i sette/otto lavori di Blu vengono salvati e messi via. Nei mesi successivi l’artista viene più volte contattato per capire cosa ne pensasse e cosa si poteva fare (anche in futuro) per evitare questo tipo di danni.

Perché sì. Al di là del vostro schieramento, al di là di cosa ne pensiate, un muro dipinto con un opera d’arte che viene abbattuto o ripulito è un danno per tutti. Un danno per la collettività, un danno per gli amanti dell’arte e della città stessa.

Seguono decine di mail private e anche se viene fissato un appuntamento tra le parti, l’incontro tra Blu e i curatori non avverrà mai. Anche qui torno a parlare di danno. Trovo dannoso quando chi ha a cuore l’arte e non il proprio ego, non riesce a sedersi ed esprimere le proprie opinioni in merito (giusto o sbagliate che siano). Può anche essere una scelta personale ma è comunque dannosa nel risultato.

Siamo quindi ai giorni nostri, tutti sappiamo cosa è successo (l’ottima live cronaca di Simone su Frizzifrizzi), l’artista/attivista ha cancellato/rimosso quasi una decina di muri per protesta verso la mostra e gli organizzatori della stessa. Molti siti e giornali si sono occupati della vicenda, chi con molta onestà intellettuale, chi per fare notizia (tira più un pelo di click che…), chi in fondo per tentare di capire i motivi del gesto.

Non entrerò nel merito del giusto/sbagliato, se Blu lo ha ritenuto necessario ha fatto bene, ma mi pongo (e vi giro) una serie di interrogativi sulla questione. A partire da quella più semplice che si crea grazie ad un impressionante vuoto legislativo: la proprietà di un’opera dipinta (illegalmente) su un muro privato a chi appartiene? ed ancora: Il suo salvataggio dalla distruzione è giusto oppure andrebbe abbattuta o cancellata come capitò ad Haring? passando per: Se l’opera non viene venduta ma musealizzata e storicizzata è così sbagliato oppure stiamo lasciando qualcosa a chi verrà dopo di noi?

Questi sono alcuni degli interrogativi che sorgono spontanei in questa fase, in molti si sono schierati contro gli stacchi, probabilmente sono gli stessi che hanno partecipato alle aste per aggiudicarsi un Haring staccato dalla metro (quelli bianchi su fondo nero) o ne hanno goduto osservando la stessa opera in qualche galleria/museo.

Vorrei concludere con un solo dato. Quasi cinque anni fa a Bologna erano presenti cinquanta opere tra muri ed altri materiali dipinte da Blu (realizzate in quasi vent’anni). Pochi giorni fa lo stesso ne ha cancellati una decina. Dei rimanenti quaranta?
Non si hanno notizie.
Tutti precedentemente cancellati, abbattuti o presi da privati (e venduti). Oggi Bologna è una città senza Blu. Non sentite anche voi un vuoto dentro? Siamo sicuri che sia la strada giusta per tutto il movimento della street (o Urban) art?

Comunque consiglio di vedere e godere la mostra senza farsi ostacolare dall’età o dai pregiudizi. L’arte non fa mai male e magari alla fine qualche muro cade davvero giù, ma nella testa.

La mostra, sostenuta da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, e prodotta da Genus Bononiae. Musei nella città e Arthemisia Group, è curata da Luca CiancabillaChristian Omodeo e Sean Corcoran. Il progetto nasce dalla volontà del Professor Fabio Roversi-MonacoPresidente di Genus Bononiae.

 

Paolo
Informazioni su Paolo "Ottokin" Campana (2097 Articoli)
Paolo "Ottokin" Campana. Founder di Bloggokin. A volte grafico. A volte blogger. Giro, vedo gente, mangio cose.

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