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Deadpool, il ritorno del mercenario chiacchierone

Deadpool, l'ultimo cinecomic della 20th Century Fox dedicato ai mutanti, si rivela una delle migliori origin story di supereroi viste al cinema

Perché il ritorno del mercenario chiacchierone? Perché il personaggio, che fa parte dell’universo degli X-Men, era già apparso, senza maschera e con un costume diverso, nello sfortunato primo film in solitaria di Wolverine, dove fra l’altro faceva una brutta fine. Ora, dopo sette anni e un’infinità di ostacoli produttivi, habemus Deadpool. Del personaggio che avevamo visto scontrarsi con l’artigliato canadese è rimasto praticamente solo l’attore che lo impersonava, quel Ryan Reynolds che insieme al regista Tim Miller ha creduto fortemente e fin dall’inizio al progetto dello spin-off, aggiudicandosi anche un credito come produttore. Qual è l’esito finale, vi starete giustamente chiedendo? Beh, io direi decisamente positivo.

Deadpool 5

Il primo dato interessante è il budget piuttosto limitato, 58 milioni di dollari (per fare un raffronto, l’ultimo film di Spider-Man è costato quasi cinque volte tanto), che Miller dimostra di saper sfruttare bene, facendo di necessità virtù: le scene d’azione sono poche ma molto inventive e ben coreografate, oltrechè funzionali allo sviluppo della trama. D’altra parte Deadpool trova la sua principale ragione d’essere proprio nella brutalità dell’azione, e non manca di sottolineare il godimento che ne trae, a volte sfondando la quarta parete e rivolgendosi allo spettatore stesso. Il film approfitta quando può del rating R – ovvero vietato ai minori di 17 se non accompagnati da un adulto – con cui è classificato negli USA, e trova una sua dimensione anche e soprattuto nel piacere con cui mette in scena la violenza più cartoonesca, ponendosi peraltro come brillante alternativa ai più beneducati (e un po’ noiosetti) X-Men di Bryan Singer.

Le limitazioni del budget sarebbero potute risultare più evidenti con una sceneggiatura traballante e di cinecomics che sono inciampati proprio nella fase di stesura del copione ne abbiamo visti fin troppi (qualcuno ha detto Fantastici Quattro?). A questo va aggiunto il personale scetticismo di chi scrive: non sono mai stato un fan dei film degli X-Men, e in generale del modo in cui finora la Fox ha approcciato i supereroi (sento di nuovo Fantastici Quattro, dev’esserci l’eco). Inoltre, temevo che il film si rivelasse un giochino autoreferenziale, uno showcase di ironia e battutine tanto spiritose quanto fasulle, una pellicola mediocre che dimentichi subito dopo averla vista, più vicina a cose come Kick Ass 2. Devo dire che invece il duo di sceneggiatori Rhett Reese e Paul Wernick – autori fra l’altro di quella piccola perla che è Benvenuti a Zombieland – fa un lavoro più raffinato del previsto. Innanzitutto dimostrano di aver recepito e metabolizzato la lezione di un altro dinamico duo, ovvero gli ormai richiestissimi Phil Lord e Chris Miller, che con 22 Jump Street e The Lego Movie hanno messo in scena un cinema fatto di scatole cinesi, di metariferimenti, di personaggi che prendono coscienza di essere tali, giocando con lo spettatore e ironizzando sullo show business e sugli stessi studios che portano in sala i loro film.

Deadpool 4

Abbiamo già accennato allo sfondamento della quarta parete: Deadpool in più di un’occasione dimostra di sapere di essere il protagonista di un film, e ammicca rivolto a noi che lo guardiamo. Ma Reese & Wernick non si limitano a questo, e prendono di mira, sempre per bocca del personaggio, la moda dei film di supereroi, lo star power di Hugh Jackman, lo stesso Giorni di un Futuro Passato (gustosissima la battuta sui due Xavier), senza però mai sfociare nel giochino fine a sè stesso, e anzi calibrando molto bene i vari registri della pellicola. La qualità dei dialoghi è indiscutibilmente buona, ma il duo di autori dimostra di avere anche altre frecce al proprio arco, e scrive una storia semplice ma non banale: si parla anche di cancro senza superficialismi, e quando il film deve sfumare i toni ironici lo fa con una fluidità e una naturalezza che è raro vedere in questo genere di prodotti. La stessa love story al centro della trama è credibile e non tirata via come spesso accade, anche grazie a un Ryan Reynolds molto più bravo di quanto lui stesso dice di essere nel film (altra battuta azzeccata, Deadpool che prende in giro l’attore che lo interpreta).

Il film ha anche una struttura insolita per un film di supereroi: parte in medias res nel bel mezzo di una concitata scena d’azione in autostrada e procede per flashback che interrompono continuamente lo svolgersi della sequenza tramite la voce narrante del protagonista stesso. Questo consente di dare un ritmo maggiore alla storia, che infatti scorre via liscia senza tempi morti: l’impressione, per una volta, è che regista e sceneggiatori sappiano perfettamente cosa vogliono raccontare e come farlo, e il risultato è anzitutto un copione senza fronzoli e molto solido, dopodichè una messa in scena che spreme ogni centesimo del budget, destinandone una parte a della CGI piuttosto convincente (che bello il nuovo Colosso). Reynolds ci crede molto e si vede, la sua performance è immersiva e convincente anche e soprattutto quando è sotto il costume.

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Per concludere, uno dei migliori cinecomics visti ultimamente, a parer mio il migliore da Guardiani della Galassia, che riesce nella difficile impresa di raccontare una storia di origini senza scadere nella prevedibilità, ma anzi sforzandosi di andare in direzioni inedite dove possibile. Un film brillante ma molto meno sciocco di ciò che potrebbe sembrare a prima vista: si ride, e tanto, ma i realizzatori non fanno l’errore che condanna tanti cinefumetti, quello di sottovalutare l’importanza di uno script equilibrato, solido e coinvolgente. Una cosa traspare più di ogni altra, ovvero che per una volta il motore principale del film, e ciò che sicuramente ne ha decretato il successo commerciale, sia stato la passione e il piacere con cui è stato realizzato. Deadpool è un film con un cuore.

Deadpool 2

 

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