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SPECIALE: Lo chiamavano Jeeg Robot – Il film (e il fumetto)

Lo chiamavano Jeeg Robot ovvero la costruzione di un mito, di un eroe, di un’idea di cinema distante anni luce da tutto quanto avete visto finora a proposito di cinema italiano, un film molto poco italiano, ma molto molto romano. Lo chiamavano Jeeg Robot é il traguardo di una generazione, è l’opera prima di Gabriele Mainetti, che (come me e molti altri) è cresciuto a pane e cartoni animati giapponesi (che a chiamarli Manga nemmeno ci pensavamo) a colpi di maglio perforante, alabarde spaziali e componenti lanciati in aria.

E’ un film che viene dal passato e che da ragione al testo di Detto Mariano – autore della sigla italiana del cartone animato – “Quando il domani verrà, il tuo domani sarà…“, Gabriele Mainetti ha atteso tanto per realizzare questo film, ci ha impiegato sei anni, un tempo infinito se ci pensate, lo stesso tempo in cui un figlio passa dal pannolino alle scuole elementari, un tempo trascorso nel tentativo di trovare la quadratura tra estetica e sceneggiatura e con la costante preoccupazione di trovare i fondi necessari per realizzarlo. Ad aiutarlo nell’impresa di realizzare un piccolo giello cinematografico sono accorsi Menotti e Nicola Guaglianone, auori del sogetto e della sceneggiatura e cuori pulsanti di questo progetto.

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Il film

Lo chiamavano Jeeg Robot è LA pellicola (mi piace chiamarla ancora così) sul mito del supereroe che come nelle migliori storie a fumetti, si costruisce passando attraverso una crescita personale, sia fisica che mentale. Un film dove i superpoteri gli arrivano a causa di un incidente, ambientato in una Tor Bella Monaca (quartiere popolare romano) che non ha nulla da invidiare alla downtown newyorkese, una Roma acida e rancida ma bellissima e tanto Gotham City. Un luogo ideale dove fare crescere e nascere un supereroe da un uomo di merda. Si perchè Enzo Ceccotti, il protagonista interpretato da un sempre più bravo credibile Claudio Santamaria, non è bravo, bello e buono, ma è uno schifoso nichilista che pensa solo a se stesso, senza amici e senza morale. Un uomo che vive guardando film porno e mangiando budini alla crema, un uomo al limite, che vive alla giornata escogitando piccoli espedienti, furti da quattro soldi e impicci (termine molto romano). Ma la vita, come molti di noi sanno, sa anche sorprenderti e nella metafora della sua esistenza Enzo Ceccotti scopre – grazie ai poteri – che nella vita esiste altro da se, Ceccotti scopre che ‘da grandi poteri derivano grandi responsabilità‘ (Zio Ben insegna).

Un Santamaria che non si risparmia ne’ come supereroe ne’ in veste inedita di cantante. E’ infatti la voce di una delle migliori cover in senso assoluto della nota siglia originale del cartone animato (che vedete qui di seguito).

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Lo chiamavano Jeeg Robot è un viaggio nella miseria e nella redenzione umana visto con gli occhi colorati del suo creatore, che usa due traghettatori d’eccezione come Ilenia Pastorelli nei panni di Alessia, ragazza cardine della nostra storia, dissociata, problematica, incastrata in una periferia violenta e in una situazione familiare al confine tra il neo realismo moderno e la sfiga totale. Alessia vive fuori dalla realtà, per sopravivere alla violenza del quotidinano si è costruita uno mondo/scudo tutto suo fatto di Jeeg Robot, Regina Himica, Amaso e il ‘suo’ Hiroshi che arriva a salvarla con le sembianze di Enzo Ceccotti.

Ogni eroe ha la sua donna e quella di Enzo non poteva che avere talmente tanti problemi da consentire al nostro eroe di aprire gli occhi sulle miserie di una Roma (e di una vita) livida da far male.

Cioè però amore mio quando te trasformi te devi cambià ‘ste scarpe. Un supereroe con le scarpe de camoscio nun s’è mai visto, dai!

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L’altro personaggio chiave del film è lo “Zingaro” interpretato da un sempre più bravo Luca Marinelli (è decisamente il suo anno), un deliquente di borgata senza alcun ideale, perverso, cattivo fino a ricordare i grandi villain del cinema e del fumetto (il paragone con il Joker ci sta tutto). Un personaggio ossessionato dalla voglia di lasciare un segno, che vuole uscire da questa vita balera, che ha provato l’ebrezza della notorietà attraverso la televisione e che ora vede in youtube e nella cattiveria la strada per non rimanere inchiodato a quel muro di periferia. Marinelli è un totem. E’ perfetto nella sua parte, il suo sguardo stralunato, la mimica facciale e un paio di brani anni ’80 cantati da lui lo rendono uno dei migliori attori/personaggi del momento. La sua intepretazione di un “Un’Emozione da poco” di Anna Oxa resterà per molto tempo nella memoria di chi ama questo film e quel periodo.

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Lo chiamavano Jeeg Robot è un film che dovete vedere. Senza se e senza ma… E’ il film che (a meno che non siete fan accaniti di Zalone o Vanzina) rappresenta al meglio i sogni di una generazione, cresciuta negli anni settanta ed educata con lo spauracchio che i cartoni animati giapponesi erano violenti e non andavano visti e adesso vive in borgata schivando problemi e una vita realmente complicata. E’ il film girato bene, davvero molto bene. Mainetti, che già si era fatto notare con i corti di TigerBoy e Basette, ci ha messo dentro, ritmo, musica, piccole gag, ironia, pensieri, storia, montaggio e colonna sonora. Come il migliore degli chef ha saputo dosare il tutto realizzando uno dei migliori film italiani degli ultimi sedici anni.

Il fumetto

Nei prossimi giorni (sabato 20 febbraio) uscirà con la Gazzetta dello Sport l’omonimo fumetto di Lo chiamavano Jeeg Robot (2,50 euro + il costo del giornale) realizzato in collaborazione con la Lucky Red e basato proprio sul film. Un’operazione promozionale tanto strana quanto perfetta ed adeguata, scritto e curato da Roberto Recchioni, curatore editoriale di Dylan Dog e creatore di Orfani, con i disegni di Giorgio Pontrelli e Stefano Simeone, con quattro diverse cover realizzate da Leo Ortolani, Giacomo Bevilacqua, Zerocalcare e lo stesso Roberto. Un fumetto come meta testo, da leggere senza aver visto il film, che non contiene spoiler, che vi mostra una delle mille facce di un prodotto cinematografico nato, cresciuto e diventato adulto proprio grazie ai fumetti e quindi perfetto per diventare carta, segno, colore e idee.

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Piccola postilla. Non è mai carino vantarsi del proprio lavoro (quello di grafico), ma vi posso assicurare che avendo avuto la fortuna (e l’amicizia) necessaria per curare l’edizione grafica del fumetto, poter metterci le mani (e il mouse), capire cosa un lettore doveva percepire è stato davvero un gran bel lavoro e in assoluto rimarrà una delle cose migliori a cui mi è capitato di lavorare. Orgoglioso di far parte della batteria.

Adesso non vi resta che correre (prima) in edicola e poi al cinema e godervi quello che è il miglior film italiano degli ultimi anni.

Il Trailer

 

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Paolo
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Paolo "Ottokin" Campana. Founder di Bloggokin. A volte grafico. A volte blogger. Giro, vedo gente, mangio cose.

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