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I nuovi (poco) Fantastici Quattro

Il coro di voci oltreoceano che parlavano di un totale fallimento trovano conferma: il reboot del quartetto marvelliano è una sonora delusione

Il giovane e geniale Reed Richards e il suo miglior amico Ben Grimm scoprono un modo per raggiungere una dimensione parallela. Reed entra quindi a far parte di una squadra, composta da altri due scienziati, Victor Von Doom e Sue Storm, e dal di lei fratellastro Johnny: il team ha come obiettivo la costruzione di una macchina per raggiungere il suddetto luogo, battezzato Pianeta Zero. Una volta lì, il contatto con l’ambiente alieno causa a Reed e compagni una serie di mutazioni genetiche che conferisce loro dei fantastici quanto inquietanti poteri.

Fantastic 4 – I Fantastici Quattro, d’ora in poi F4, non è per nulla il disastro annunciato. PEGGIO. È un film concepito e prodotto male, realizzato per le ragioni sbagliate e che non ha saputo andare oltre ad esse, rendendole fin troppo palesi una volta messi di fronte all’opera finita. E la cosa peggiore è che da qualche parte in mezzo al disastro si intuisce un altro film, i resti di qualcosa di potenzialmente interessante che è stato ingurgitato malamente dal prodotto finale. Ma andiamo con ordine.

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La sceneggiatura

Sul film ci hanno lavorato in parecchi, e questo non è mai un buon segno. Ufficialmente gli unici tre sceneggiatori riconosciuti a livello di credits sono Jeremy Slater, il primo ad essere assunto, il produttore nonchè deus ex machina dei cinecomics targati Fox Simon Kinberg e il regista Josh Trank. In realtà alla sceneggiatura hanno messo mano anche Seth Grahame Smith, Michael Green e T.S. Nowlin, e pare che anche il buon Drew Goddard abbia aiutato a riscrivere il finale. A dirla tutta, la storia della travagliata realizzazione di F4 appare più interessante e meritevole di attenzione del film stesso. La cosa che infatti colpisce di più di questa nuova iterazione dei Fab Four è quella di essere sostanzialmente inutile, l’espressione più assoluta del vuoto e della mancanza di idee. Dal punto di vista della scrittura, F4 è un pastrocchio indifendibile, incapace di conferire spessore ai personaggi e di imbastire una trama minimamente coinvolgente. L’ispirazione principale, almeno per quanto riguarda le origini dei poteri del quartetto, è il primo ciclo di storie di Ultimate Fantastic Four, “The Fantastic”, ad opera di Mark Millar, Brian Michael Bendis e Adam Kubert. Il film tuttavia non ha nulla o quasi della freschezza e dei toni da commedia che caratterizzavano quelle storie, e anzi in più di un momento tenta la strada della cupezza e della seriosità, finendo per parodizzare lo stile di Christopher Nolan. F4 ha anche dei grossi problemi dal punto di vista strutturale. La sensazione è che il secondo atto sia completamente assente, e che si finisca per assistere a una lunga prima parte “introduttiva” (si fa per dire), che sfocia in un finale assolutamente non all’altezza, debole e privo di pathos, il peggiore in assoluto dell’ultima ondata di cinecomics, che già solitamente non brillano da quel punto di vista.

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Gli interpreti

Un’altra grande delusione. F4 ha, sulla carta, un cast di notevole spessore: Miles Teller è uno dei giovani attori più lanciati, e in passato ha dato prova di grande poliedricità, convincendo anche in ruoli da protagonista drammatico come nello splendido Whiplash. Stesso discorso per Kate Mara, che dopo House of Cards è richiestissima. Michael B. Jordan ha un buon talento da comedian e anche lui è molto lanciato (lo vedremo a fine anno nei panni del figlio di Apollo Creed). Jamie Bell ha già un lungo curriculum alle spalle e può essere considerato ormai un attore d’esperienza. Toby Kebbell è il meno conosciuto ma chi ha visto Apes Revolution ha potuto ammirare il suo ottimo lavoro di performance capture nei panni di Koba, la scimmia antagonista del film. Eppure nessuno di questi attori è valorizzato da uno script che nella caratterizzazione dei personaggi compie uno dei più evidenti fallimenti. C’è da dire da una parte che l’intero cast sembra credere molto poco nell’effettiva bontà del film, per cui appaiono, chi più chi meno, piuttosto sottotono, mentre dall’altra parte gli sceneggiatori fanno di tutto per sabotare quel minimo di sospensione d’incredulità necessaria, mettendo in bocca ad alcuni personaggi battute raccapriccianti nella loro banalità.

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La messa in scena

Quello che dovrebbe essere un film di fantascienza ad alto budget è invece un’opera misera, girata quasi completamente in interni, e i cui due unici ambienti appaiono essere il Baxter Building, nel film la Fondazione Baxter, e la Zona Negativa, nel film il Pianeta Zero. Soprattutto quest’ultimo costituisce la delusione più grande: pessimi gli effetti digitali e banale l’art direction, che si limita a immaginare un’anonima atmosfera simil-marziana. Il Pianeta Zero è anche la cornice dello scontro finale di cui si accennava più sopra, una sequenza breve, frettolosa e scritta malissimo, soprattutto per quanto concerne le risibili e poco chiare motivazioni del villain, un Victor Von Doom trasfigurato in un essere metallico dai poteri apparentemente illimitati (altra scelta superficiale, quella di non chiarire la natura della sua trasformazione). Il finale doveva in teoria sopperire alla cronica e ingiustificata (se non per ragioni di budget) assenza di sequenze action in un film che comprende un uomo fatto di roccia, uno fatto di fuoco e un tizio allungabile. Va detto, inoltre, che un altro aspetto molto deludente è la maniera in cui vengono sfruttati visivamente i poteri dei protagonisti, ovvero poco e male. Discorso che riguarda soprattutto La Cosa, che a livello di effettistica sarebbe anche interessante e ben riuscita, grazie ad un sapiente uso della performance capture, ma che vediamo pochissimo in azione (per cui gli eventuali dubbi su chi sia più forte fra lui e Hulk vengono definitivamente fugati). Anche la classica dinamica legata al senso di colpa di Reed per la condizione “rocciosa” dell’amico è sfruttata male: inizialmente pare avere una sua importanza, ma viene poi repentinamente abbandonata quando Ben e Reed si ricongiungono.

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La regia

Il responsabile principale del fallimento del film è da molti considerato il regista, Josh Trank, che si era fatto notare con l’interessante Chronicle, in cui il genere found footage, che aveva fatto la fortuna di tanti horror, veniva declinato in chiave supereroistica. Il film, sempre prodotto dalla Fox, aveva forse convinto la major di potersi coltivare in casa un nuovo potenziale J.J. Abrams, decidendo quindi di affidargli un film ad alto budget che forse Trank non era all’altezza di gestire. Tuttavia, come si accennava più sopra, appare evidente come nel film convivano due anime distinte: quella che Trank aveva in mente, ovvero un film potenzialmente interessante, che si distaccava dall’interpretazione classica dei personaggi per virare su toni più cupi e vagamente inquietanti (il regista ha citato spesso Cronenberg e La Mosca come fonti d’ispirazione), e la visione dello studio, che voleva invece un’operazione più classica con tanta azione e sense of humor. Se a volte però la visione personale di un regista riesce a sposarmi con le necessità commerciali degli studios, dando vita a ibridi divertenti ma che non insultano l’intelligenza dello spettatore, qui abbiamo a che fare con la situazione opposta: un Mostro di Frankenstein, un collage di scene appiccicate faticosamente assieme in post produzione e che hanno necessitato addirittura di una poderosa serie di reshoot, come testimoniano le scene di Kate Mara della seconda parte del film, in cui l’attrice indossa un’evidentissima parruca sui capelli tagliati dopo la sessione principale di riprese. La sensazione che emerge chiara una volta usciti dalla sala è che il film sia nato senza una visione precisa di ciò che si voleva raccontare, senza il polso fermo e l’esperienza di un regista all’altezza della situazione, e che ha finito per produrre un’opera senz’anima e senza davvero qualcosa da dire.

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