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#EyesOpen: intervista a Peeta e Sparki

Peeta e Sparki ci raccontano dell'esperienza #EyesOpen in collaborazione con Cafè Zero che li ha visti realizzare insieme due muri di Milano

Alla conclusione di #EyesOpen, serie di eventi dedicati alla street art e sostenuti da Cafè Zero con lo scopo di esprimere tramite la urban art la volontà delle nuove generazioni di tenere gli occhi ben aperti, abbiamo intervistato Peeta e Sparki, i due street artist che si sono occupati di realizzare i muri a tema nei luoghi di Milano più frequentati dai giovani.

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Da dove prendete ispirazione per le vostre creazioni artistiche e qual è il processo creativo che seguite per far diventare l’ispirazione creazione?

PeetaTraggo ispirazione da qualunque cosa mi circondi. Sicuramente nella storia evolutiva delle mie opere sono stato influenzato da diversi artisti e diverse discipline. Se inizialmente ero principalmente ispirato da altri writers che prima di me avevano iniziato ad esplorare le possibilità del lettering 3D, col tempo e ho iniziato ad attingere anche da discipline parallele quali il design industriale e l’architettura. Pittura e scultura, riproduzioni plastiche e rappresentazioni fittizie della realtà su piani bidimensionali sono discipline che si influenzano di continuo a vicenda all’interno della mia produzione. Questo rapporto biunivoco mi permette, passando dalla scultura alla pittura, di studiare i volumi al fine di riprodurli e, passando dalla pittura alla scultura, di progettare le forme da ricostruire poi tridimensionalmente.
Dall’ispirazione alla creazione il processo è abbastanza istintivo. Nonostante le mie rappresentazioni siano geometriche e dunque tendenzialmente meno espressive e più calcolate, il procedimento per me resta comunque breve e diretto nel passaggio dall’intuizione, alla consapevolezza emotiva, alla trasposizione di essa in forma, secondo una capacità di traduzione che, seppur calcolata, è ormai automatismo per me.

SparkiRealizzo characters e lettering con vari stili, amo cambiare e mettermi alla prova tecnicamente, non ho un pozzo dal quale attingo ispirazioni, piuttosto, come una palla tra le onde talvolta cavalco tendenze e mi lascio trasportare dalle emozioni in una sorta di nomadismo stilistico.
Il mio è un approccio molto istintivo, molti miei sketch sono confusi, poco definiti, quasi appunti, realizzati in velocità, il mio intento é quello di fermare l’idea, l’impressione da concretizzare poi su muro. Non amo progettare su carta e riprodurre poi fedelmente su muro lo sketch. Preferisco trovarmi con una parziale idea davanti al muro e concretizzare il pezzo in base allo spazio che la superficie mi suggerisce…il writing nasce in strada e da li prende forme e forze, la superficie continua del muro accentua un rapporto fisico forte con lo spazio, non è più un rapporto mano-foglio, bensì corpo-ambiente, e questo è grandioso.

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Hai scelto di lavorare su un progetto come #EyesOpen: cosa ti ha spinto a prendere parte attiva in questo progetto e come hai affrontato il lavoro?

Peeta: Mi sentivo partecipe del concetto che ho ritenuto affine a come mi piace procedere sia nella mia attività che nella mia vita privata. Ho affrontato il lavoro applicando i meccanismi per me naturali nel produrre le mie opere, tentando però di immedesimarmi nei soggetti rappresentati e nelle loro storie personali, ho cercato di fondere le loro sensazioni con le mie e di rendermi il loro portavoce nel riprodurre, a differenza del solito in cui rappresento solo me stesso e le mie emozioni.

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L’occhio: a livello artistico com’è stato lavorare su un dettaglio come questo, considerando poi che avete lavorato su occhi di ragazzi reali?

Peeta: E’ stato nuovo, insolito rispetto alle mie forme tradizionali e per questo stimolante. Ho dovuto ristudiare le mie forme e comprendere dove poteva avvenire una fusione tra geometria ed elemento anatomico “reale”, o dove l’elemento anatomico poteva piegarsi ad una forma più astratta e meno tradizionale. Trovato l’esatto punto di interazione ho avuto gli strumenti per elaborare tutto il resto in una concatenazione d’insieme più armonica.

Sparki: Realizzare degli occhi è stata per me una cosa nuova, nei miei characters gli occhi sono volutamente piccoli, piatti e vuoti, così da evitare un coinvolgimento emotivo. Ritrarre un occhio significa guardare uno specchio a due facce dove si vedono presente e futuro di una persona, quello che si trova ad affrontare, nuovi orizzonti, amori, paure, … è una cosa molto profonda ed intima. Pensare ai ragazzi e alle loro storie di vita guardandoli dritti nell’occhio che prende forma sui graffi che il tempo ha tracciato in quel muro e mentre nello stesso tempo disegnavo il riflesso di un nuovo orizzonte nella pupilla, mi ha fatto riflettere…

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Per quanto riguarda l’importanza del messaggio della campagna Cafè Zero e la necessità che hanno i giovani di tenere gli “occhi aperti”, quanto condividete lo slogan scelto dai ragazzi intervistati dal brand?

Peeta: Condivido pienamente, in contrasto alla cecità che ci lascia trasportare lontano dai nostri obiettivi e dalla nostra realizzazione concreta.

Sparki: Penso sia un messaggio positivo, concreto ed universale, vedo molti giovani immersi nella corrente della distrazione e della rassegnazione, senza obiettivi né prospettive, “occhi aperti” è una presa di coscienza, uno stimolo non tanto a guardare avanti, ma a guardare ed osare oltre senza timore, perché il grande obiettivo non è arrivare in cima alla montagna, ma superarla ed affrontarne una nuova, questa è la sfida!

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Qual è stato l’occhio più complesso da reinterpretare?

Peeta: Non ce n’è stato uno più difficile, una volta capito il metodo è stato applicato a tutti.

SparkiTecnicamente le notevoli dimensioni dell’occhio e la deformazione degli occhi visti a terra…sono state una bella sfida.

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Peeta per questo progetto ti sei avvalso della collaborazione di Sparki. Cos’ha significato per voi e com’è stato collaborare su un progetto così definito e complesso? Siete riusciti a omologare i vostri stili in maniera soddisfacente?

Peeta: Durante la collaborazione ci siamo capiti al volo ma avevo già lavorato in passato con lui e non ho potuto che riconfermare l’intesa che c’é sempre stata. Non ci siamo spaventati davanti alla complessità anzi per noi é stata uan sfida molto divertente che ha significato metterci alla prova nuovamente, a distanza di tempo e con strumenti diversi, per tirar fuori il meglio che potevamo.
Essendo una commissione e, d’altronde, come ogni tipo di progetto aveva degli obiettivi ben definiti, dei paletti legati alla committenza ma nemmeno questo é stato un ostacolo, anzi é stato lo stimolo per trovare nuove piste che lo rendessero comunque unico.
Credo che siamo riusciti ad omologare i nostri stili in maniera davvero soddisfacente, o come dice Sparki “croccante” :))

SparkiConosco Peeta da anni, personalmente ammiro molto la sua determinazione, la sua arte. La complessa armonia del suo stile l’ho vista evolversi quasi dai primordi, gli studi sul lettering schizzati all’ombra di un ponte veneziano, la ricerca di materiali e tecniche per la realizzazione delle sculture, il connubio tra forma e vita… Personalmente definisco Arte poche cose, ma quando vedo forma e contenuto combaciare allora funziona.

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Elemento fondamentale delle tue opere di street art è la tridimensionalità delle geometrie a cui dai vita. Peeta come sei arrivato a raggiungere questo tuo stile molto personale?

Peeta: Ci ho messo un po’ per trovare il mio stile, inizialmente cercavo indistintamente di dipingere delle lettere e, attraverso una lenta e spontanea evoluzione, ho incanalato la mia ricerca verso uno stile che riproduceva delle forme “organiche”, questo per un po’. Fino a che, in parte ispirato dalla scuola nord europea – Delta, Daim- particolarmente illuminante per la mia ricerca all’inizio degli anni 2000, un po’ perché proprio in quegli anni entravo a far parte della padovana EAD crew i quali componenti, tutti con un approccio estetico differente, si dedicavano alla riproduzione del lettering 3D, ho iniziato a trasformare le mie forme creando geometrie sempre piú studiate e a conformare i miei pezzi con una parvenza di tridimensionalità. Come dicevo prima inoltre, discipline come la scultura, il design, l’architettura hanno contribuito nell’aiutarmi ad elaborare lo studio e la rappresentazione dei volumi in un rapporto continuamente interattivo che incrocia: progettazione da studio, ispirazione artistica e improvvisazione in strada. 

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Nel nostro blog abbiamo inserito tra le dieci opere di street art imperdibili da vedere in Italia il tuo lavoro a Teatro Marinoni. Ci puoi parlare di come è nata questa tua opera e quale era il il tuo obiettivo principale e il messaggio ch evolevi veicolare?

Peeta: Il lavoro nasce come parte di un documentario sulle attività artigianali di Venezia, oggetto di un workshop universitario.
In questo caso, come tutte le volte che riproduco il mio nome, tento di autoritrarmi. Il caso specifico di questo luogo ha stimolato un forte rapporto con l’architettura ed in particolare con la luce, il tentativo é stato quello di raggiungere la completa mimesi con il posto, l’amalgamarsi con il contesto per non essere percepito come un elemento staccato da esso.

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Ora che il progetto #EyesOpen è terminato continuerete a collaborare?

Peeta: Assolutamente. Anzi, é stato di grande stimolo per ricominciare a farlo!

SparkiCertamente, Le idee sono già in cantiere…

Grazie per la disponibilità!

Ilaria Mencarelli
Informazioni su Ilaria Mencarelli (402 Articoli)
Classe 1988, marchigiana d’origine e milanese d'adozione, insegue da qualche anno la laurea specialistica in Scienze della Terra a Milano, che la porterà ad essere geologa a tutti gli effetti. Dal 2013 decide che vuole di più e incomincia a scrivere: prima raccontini liberi sul suo blog, poi articoli e recensioni. Ama tutto ciò che è arte e ha un debole per i fumetti.

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