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Sammontana: una storia (davvero) italiana

Lo confesso, per me i gelati confezionati da asporto sono (quasi) sempre stati Eldorado. Mi conquistarono sin da piccolo con le sue pubblicità disegnate da Jacovitti, i suoi Dalek, Lemonissimo, Magic Cola (giusto per citarne qualcuno), insomma sapevano come stuzzicare la fantasia di un bambino. Crescendo, negli anni c’è stata la scoperta: i gelati non erano solo Eldorado. La curiosità di sapere che gusto avevano ha fatto il resto, nel mio frigo sono arrivati poi i barattolini e la Sammontana si è creata un piccolo ma prezioso spazio nel mio cuore goloso. Da quel momento divano, barattolino e televisione sono diventati una cosa sola.

Capirete quindi che quando pochi giorni fa, mi è stato proposto di fare un giro in Sammontana per conoscere la storia e la realtà aziendale di questo brand ho accettato volentieri. Volevo capire, scoprire e vedere come si fanno i gelati. In realtà (faccio un passo indietro) la Sammontana aveva definitivamente vinto la mia personale guerra al caldo, quando pochi anni, in un calda estate simile a questa, scoprii nel banco frigo i ghiaccioli Vintage dai gusti davvero retrò (cedro, tamarindo, chinotto e anice), ma temo di averli finiti tutti, perchè già dall’estate successiva non sono più riuscito a trovarli.

Ma torniamo alla visita, al mio piccolo e veloce blogtour. Come è naturale pensare, conoscere un’azienda è anche e sopratutto conoscerne la storia e lì ho scoperto una storia familiare davvero importante. La storia della famiglia Bagnoli di Empoli, quella di Romeo, che nel 1946 apre il bar/latteria e che comprava il latte nella vicina fattoria Sammontana (da qui il nome aziendale), quella di Renzo Bagnoli che la trasforma insieme ai fratelli Sergio e Loriano e inizia a produrre gelato. Ma qui la storia dell’azienda si intreccia con la Storia (quella con la S maiuscola) del nostro paese, quando i fratelli Bagnoli rintracciano le attrezzature per fare il gelaro tra i pezzi di macchinari per la produzione dell’ice-cream lasciati dall’esercito americano in un deposito di ferraglie a Genova. Si avvia così la primissima produzione meccanizzata di gelato, cercando di mantenere comunque una dimensione artigianale. Occupandosi così della progettazione, dell’adeguamento delle macchine, degli impianti frigoriferi e degli impianti di conservazione, arrivando così fino al 1955, quando il gelato era ancora venduto solamente nella gelateria Sammontana a Empoli.

La grande idea (almeno secondo me avviente subito dopo, quando arrivarono i frigoriferi surgelatori nelle case degli italiani e ci fu la vera illuminazione: mettere il gelato in un barattolo per poterlo portare a casa: nasce così il barattolino, tra i primi gelati casalinghi in assoluto. Magari sono un po’ scemo e un po’ romantico, ma toccare con mano e osservare (adoro la grafica e i prodotti vintage) uno dei primi esemplari di barattolino in metallo (da 6 litri mi pare) mi ha un po’ commosso.

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Dagli anni cinquanta ad oggi la famiglia si è decisamente allargata, sia quella la famiglia Bagnoli che quella dei gelati. Oggi la Sammontana è un’azienda importante, tutto sommato così lontana e così vicina a quegli inizi, basta pensare che pur avendo allargato il mercato anche ad altri prodotti (sempre congelati) e occupando una buona fetta del mercato gelati (sia bar che GDO), l’azienda è ancora in mano alla stessa famiglia Bagnoli. Niente multinazionali (come l’Unilever che ha ucciso il mio amato Eldorado), niente acquisizioni da parte di gruppi stranieri o simili (Nestlè Motta). Ma nipoti. Nipoti e discendenti della stessa famiglia che dividendosi i ruoli e i compiti (sembra anche pacificamente) portano avanti l’azienda di famiglia (molto) italiana.

Oggi la Sammontana non è più solo gelato, pur rimanendo nel fresco (prodotti congelati da asporto) hanno acquisito nel tempo vari brand di pasticceria da bar (Tre Marie ad esempio) e gli impianti (cinque in tutta Italia) sono capaci di creare cornetti, croissant e dolciumi vari con una ritmo davvero imponente. Il tour nello stabilimento de “Il Pasticcere” a Vinci, tra macchine capaci di tirar fuor oltre diciasettemila croissant all’ora (ma con ore di lavorazione alle spalle), uno delle pochissime industrie ad utilizzare il lievito madre per un prodotto surgelato.

Il successivo giro tra le macchine sfornagelati, che come in un film di fantascienza creano coppetto d’oro, barattolini, stecco ducale o cinque stelle (forse è il caso di cambiare nome…:) è robba da far girare la testa. Ho tantissima stima di chi per creare il gusto è capace di inventarsi una macchina che con precisione millimetrica riesce a inventare un gelato (con pochissimo scarto) e renderlo gustoso.

Affascinante. Fosse per me lo inserirei tra le gite scolastiche obbligatorie, proprio per dimostrare ai più piccoli che non sempre il “confenzionato“, il “surgelato” e il “fresco” sono necessariamente sinonimo di bassa qualità. L’industrializzazione non è un demone cattivo da scacciare, ma un percorso di crescita con cui fare amicizia. Nel 2015 la famiglia Bagnoli gestisce il 20% del mercato dei gelati (unica tra le multinazionali Unilever e Nestlè) e non credo abbia bisogno di abbassare la qualità per guadagnare. Hanno iniziato per primi a farci portare a casa il gelato confezionato e credo che loro sappiano concreatamente cosa significa casa in Italia. visto che tutta la loro storia è il risultato di una importante crescita familiare.

Post scriptum: Sineo Gemignani, Milton Glaser e il logo Sammontana

La storia di una grande azienda passa anche attraverso la sua comunicazione. La storia della Sammontana è quindi anche la storia di un logo, la storia di un pittore empolese Sineo Gemignani che per primo ha cominciato a comunicare per l’azienda, prima con il suo “pirata” e poi con un sorridente cono gelato. Negli anni cinquanta, il logo raffigurava un corsaro che strizzava l’occhio. Lo stesso pirata venne rivisitato negli anni Sessanta mostrando “un tesoro di gelato”. Si arrivò cosi agli anni settanta e al primo vero cono gelato con tanto di lingua di fuori e sopratutto allo slogan, “gelato all’Italiana”. Successivamente il testimonial di brand design passa da Gemignani a Milton Glaser, il designer statunitense che tra le varie cose ha realizzato il famoso logo I love NY  (non credo ci sia spazio sufficente per raccontarvi chi è davvero Glaser). Di fatto da quel logo arriviamo proprio al 2015 quando con un abile operazione di restyling si semplificò il logo eliminando solo le parti geometriche e consegnandolo al futuro. Oggi il cono con la la lingue di fuori è uno dei maggiori esempi di graphic designer aziendale che abbiamo in Italia.

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cartello con pirata

cartello conetto Sammontana

 

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Paolo
Informazioni su Paolo "Ottokin" Campana (2098 Articoli)
Paolo "Ottokin" Campana. Founder di Bloggokin. A volte grafico. A volte blogger. Giro, vedo gente, mangio cose.

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