Irpinia: Avellino e le cipolle ramate

Avevo undici anni. Era l’estate del millenovecentottantadue (1982), un’estate fatta di parole e musica, un’estate al mare. La stessa estate in cui arriva l’unico giocatore di calcio peruviano che io ricordi, Geronimo Barbadillo. Il nome da indiano e i capelli afro lo fecero diventare un personaggio (ancora oggi viene ricordato da molti appassionati di calcio), giocava nell’Avellino e fece una decina di gol in un paio di anni. Non certo un campione memorabile, ma quello è il primo (e credo unico) ricordo che ho di Avellino. La maglia verde. Barbadillo.

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Pochi giorni fa, si presenta la possibilità di fare un blogtour ad Avellino e dentro di me il ricordo di Barbadillo torna forte e prepotente. Ok! Andiamo nella città del lupi irpini e cerchiamo di dimenticare il calcio.

Devo chiarire una cosa, io di Avellino non so’ davvero una cippa. Quindi forte della mia ignoranza me ne parto con un manipolo di blogger su un pulmino guidato dal simpatico Shakir(a).

Vi avviso, sostanzialmente il tour è enogastronomico, quindi se vi aspettate orde di monumenti, chiese, statue, vicoli incantevoli e suggestioni geografiche, cambiate blog, avete sbagliato strada. Qui si parla di ristorazione, prodotti tipici, qualità, cipolle e castagne.

La scoperta delle castagne

Le castagne, ovvero il primo passo oltre l’ignoranza. Per me Avellino e l’Irpinia erano mare, sole e spensieratezza estiva. Forse lo facevo troppo vicino a Napoli e quindi l’ho sempre collegato a quel clichè (si scrive così?). Scoprire invece che (bastava la logica) l’Irpinia è montagna, freddo, lupi e sopratutto castagne è stato un mezzo trauma. La gita nell’azienda Perrotta è stata al centro della sorpresa irpina, scoprire una filiera produttiva notevole, fatta di organizzazione capillare, gratali, commercializzazione di un ottimo produttivo IGP è sopratutto l’idea che si possa uscire dal castagneto per esportare nel resto d’Italia una vera eccellenza. Io comunque ci ho provato ad uscire dallo stereotipo infantile dell’Avellino=calcio, ma l’azienda si chiama Perrotta e sono a Montella, mica è facile (scherzo eh…).

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Il Mega(t)ron

Può un ristorante rinomato chiamarsi come un Trasformer? Può se il nome deriva dal greco e gira intorno al concetto di salone delle feste, di convivialità. Quindi la prima cena del tour al Megatron di Paternopoli (un incrocio tra Monopoli e parentopoli) mi serve per aggiungere alla mia conoscenza sul campo dei presidi Slow Food il Broccolo Aprilatico. Buono, succoso e croccantello (me lo sono mangiato pure crudo e scondito per assaggiarlo). Provatelo se lo trovate (nella foto accompagnato ad un ottimo brasato).

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Il Castello Lancellotti a Lauro

Ecco finalmente la meta per tutti gli amanti della storia e della cultura in senso ampio. La visita al Castello Lancellotti a Lauro, parte con una scoperta. La nostra guida (della ProLoco locale), ci tiene a precisare che tecnicamente Lauro non è Irpinia (e che è allora?) e che a città ha dato i natali ad uno dei miei eroi infantili (con Barbadillo): Umberto Nobile. Ovviamente non sapevo che Nobile fosse di Lauro, ma l’avventurosa spedizione del dirigibile Italia e la storia della tenda rossa per la scoperta del Polo Nord aveva stimolato la mia infanzia letteraria. Comunque sia, il Castello Lancellotti è un picoclo gioiello ben tenuto e conservato. Stanze, affreschi, giardini, un luogo incantevole da favola e uno scemo che si fa le foto sotto al lampadario antico fanno il resto. Se siete in zona vi consiglio la gita, sembra uno di quei posti che ti trasportano in un altra epoca.

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La “Gaia” Cipolla ramata di Montoro

AVVISO: da questo momento si parla solo di cipolle (tante e buone), di qualità del prodotto e di una visione aziendale davvero fuori dal comune. er motivi che non sto qui a spiegare da adesso in poi i blogger che mi accompagnano nel tour entrano di diritto nella “Banda della cipolla ramata” e nulla sarà più lo stesso.

La visita all’Azienda Gaia mi ha cambiato. Ho sempre avuto un ottimo rapporto con la cipolla, ma adesso dopo la conoscenza della cipolla ramata di Montoro e la visita nell’Azienda di Nicola Barbato il mio rapporto è uploadato da ottimo rapporto a passione viscerale. Intanto cominciamo a dire che come ci insegano gli amici di Slow Food e la loro Arca del Gusto.

“La cipolla ramata di Montoro è una varietà autoctona della zona della pianura dl Montorese, tra la provincia di Avellino e quella di Salerno. Si semina a fine estate-inizio autunno e si raccoglie all’inizio dell’estate successiva. Se tenuta al fresco in locali areati, si può conservare anche fino al marzo dell’anno seguente.? Questo bulbo ha consentito alle generazioni affamate dai conflitti mondiali di sopravvivere: si mangiava pane, quando c’era, con la cipolla ramata di Montoro.

Di forma globosa leggermente schiacciata, la cipolla di Montoro è rivestita da catafilli di colore interno viola sfumato ed ramato all’esterno. Si presenta dolce al gusto e intensamente aromatica all’olfatto. E’ ottima per qualsiasi preparazione alimentare, ricercata e apprezzata dai buongustai per le sue qualità organolettiche. Può essere consumata sia cruda, in un’innumerevole varietà di insalate, che cotta per la preparazione di minestre, zuppe, salse e contorni oppure al forno, condita con un leggero velo d’olio ed un pizzico di pepe per esaltarne il profumo ed il sapore. E’ molto utilizzata per condire la pasta con sughi quali il “Ragù alla Genovese”, tipico della cucina campana”.

Se non vi basta questa succosa descrizione, vi mostro un paio di foto del pranzo tutto a base di cipolle che mi son osbafato. Dagli anelli di cipolla (dio li benedica sempre), agli ziti alla Genovese, fino al dolce, il PanRamato (un panettone con composta di cipolla).

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Visto? Se poteste sentire sapore, gusto e odore sareste già in macchina verso Avellino. Ma voglio spendere due parole (meriterebbe un saggio in realtà) per Nicola Barbato, proprietario dell’Azienda Gaia e uomo di terra illuminato e coraggioso. Nicola ha capito. Nicola si poteva accontentare di fare il contadino normale che vive di quello che produce, senza fare un salto in avanti. Nicola (non so che studi ha fatto) è riuscito a mettere in piedi un’azienda che dopo la visita tra orti e ristorante prendersti a modello per un corso ad altre aziende. Sicuramente Nicola ci ha nascosto alcuni lati oscuri del commercio, ma la chiacchierata sull’esportazione dei prodotti freschi di qualità all’estero (Germania), sulla qualità e sull’attenzione ai particolari mi hanno convinto che si può fare agricoltura (anche intensiva) senza per questo dover calare le braghe al prossimo e farsi inc….re (ops…). Prendiamo ad esempio il packaging della cassetta per la vendita delle cipolle, poteva essere disegnato e prodotto con un cartonaccio incollato e già montato, stampato tutto colorato in quadricromia, di quelli che fanno bella figura nella GDO (grande distribuzione), invece Nicola (illuminato) ha optato per un cartone riciclato che si piega e incastra a mano da solo, senza colla. Nicola (illuminato) ha optato per la stampa del logo ad un solo colore, senza chimica, l’inchiostro con cui stampa è stato realizzato con l’Università di Salerno e nasce estraendolo dalle bucce scartate delle cippole stesse. Niente colla, niente inchiostro industriale. La cassetta di cartone di Gaia è un ottimo esempio di packaging solidale. Per i pignoli aggiungo anche che le cassette di cartone riciclato senza colla costano un terzo di quelle normali (niente stampa, niente montaggio, trasporto compatto).

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Ma l’Azienda Gaia ci ha anche riservato l’incontro con altre realtà locali, vere piccole eccellenze della zona che nella quotidinità del loro lavoro cercano un posto al sole attraverso la continua ricerca di uan mediazione tra vendita e qualità. Dagli ottimi vini i della Tenuta Cavalier Pepe all’olio dell’azienda agricola De Marco, passando per i ragazzi di Lilià, che hanno dedicato il loro lavoro alla mamma che gli ha insegnato a fare il pane e che ancora oggi è un punto di riferimento applicato all’innovazione di un prodotto nuovo e coraggioso. Per concludere questo lungo capitolo non posso dimenticarmi dei tipici torroni delle Dolci Terre e sopratutto della sopressata, dei culatello e delle salsicette del salumificio Montecalvese. Bravi tutti davvero. di cuore, anzi no… di pancia.

Per ora mi fermo qui che vi ho già raccontato un sacco di cose e poi vi annoiate. Nel prossimo episodio: Alla scoperta dei Feudi di San Gregorio e del ristorante stellato Marennà! Non vi muovete #statequi #arriveduàr

 

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Paolo

Paolo "Ottokin" Campana

Paolo "Ottokin" Campana. Founder di Bloggokin. A volte grafico. A volte blogger. Giro, vedo gente, mangio cose.

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