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Un amato funerale – il nuovo cortometraggio di Luca Murri

Un giovane regista romano alla regia del suo secondo corto che vede come direttore della fotografia Daniele Ciprì e nel cast la splendida Milena Vukotic

Su Bloggokin ci piace parlare di quel cinema che quando esce in sala fa rumore e cambia il modo di vedere le immagini, ma adoriamo soprattutto scoprire gli intenti coraggiosi, le idee nuove, parlare con chi è convinto che fare cinema non sia solo soddisfare un certo tipo di disinteressato intrattenimento ma attivare sentimenti ed emozioni, anche scomodi a volte.

Parliamo di Un amato funerale: secondo cortometraggio di Luca Murri, regista romano classe 1987, che vede nel cast gli attori  Milena Vukotic e Giorgio Colangeli e come direttore della fotografia il regista Daniele Ciprì.

Luca Murri è diplomato all’Istituto di Stato per la Cinematografia e la Televisione ”Roberto Rossellini” come ‘’Tecnico dell’Industria Audiovisiva’’, si è laureato nel 2013 in Arti e Scienze Dello Spettacolo con una tesi dal titolo La poesia livida dell’occhio: Il cinema di Matteo Garrone all’Università La Sapienza di Roma. Nel 2011 esordisce alla regia con il cortometraggio dal titolo Cierresse.

Io l’ho conosciuto proprio durante le lezioni universitarie e mi è capitato di scrivere una recensione per la sua prima prova registica del 2011, non potevo perdere l’occasione per parlare di nuovo di lui e di un lavoro che considero immancabile; Un amato funerale è un’opera che si pone a metà tra la stessa vita di Luca e la sua voglia di rendere lo sguardo più romantico, lo vede affettuoso e perplesso ragazzo amante della musica rap in viaggio con la nonna (Milena Vukotic) abbracciata stretta a lui su uno scooter traballante, la meta il suo paese d’origine, l’evento da non perdere è un funerale difficile.

Un amato funerale Luca Murri

Nella narrazione si affiancano due generazioni che amano, si emozionano, soffrono in modo diverso, ma la gentilezza e la spontaneità le unisce e fa in modo che ognuno si prenda cura dell’altro, in momenti importanti.

Incontriamo Luca e gli chiediamo come vive questo progetto, qui di seguito un’intervista che vi consiglio di leggere per la ricchezza delle idee e degli intenti di un artista giovane che trova il suo spazio nel mondo della narrazione cinematografica.

 

 – Quanto c’è di te nel personaggio che interpreti?

Nel personaggio che interpreto c’è tanto di me; ad esempio, tutto quello che accade nella prima location è quasi una cartacarbone di un’esperienza che ho vissuto. Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza difficile; sono cresciuto solo con mia madre e mia nonna in situazioni economiche molto compromesse e mio padre l’ho conosciuto solo a 20 anni, quindi la figura di mia nonna e la sua passione per la musica (che metteva anche nell’ascolto e nella comprensione della ”mia”), per me è stata fondamentale e si ritrova nel corto e in quello che volevo trasmettere.

Poi sono un vero amante del rap! Ho iniziato con Eminem e Tupac per poi scoprire verso i 14 anni tutto il rap italiano (Bassi Maestro, Kaos, i Colle Der Fomento, Inoki, i Sangue Misto e tutta la vecchia guardia anni ’90).

Con questo genere musicale sono entrato in contatto con un mondo di testimonianze ed esperienze dolorose ma lucidamente trasformate in energia, cosa che ha certamente contribuito a salvarmi la vita, ci trovo un incontro/scontro tra le cose pensate e quelle sentite, che, sputate su un beat, creano quasi la magia visionaria di una danza tribale nella mente di chi ascolta.

Nelle scene successive ho tentato di trasportare lo spettatore verso una sublimazione immaginifica che restituisse la mia lettura interiore di quegli eventi e l’essenza e il peso dei silenzi che l’hanno accompagnata.

Un amato funerale Luca Murri

– Come è stato interagire e dirigere un’attrice con una carriera cinematografica importante e variegata come quella di Milena Vukotic? (E sentirla aggrappata a te come se fosse davvero la tua tenera nonnina?)

E’ stata una scuola dell’anima: Milena è un capolavoro umano oltre che artistico, un’attrice capace di dare tutta se stessa con una tale delicatezza, intelligenza e un tale rispetto che è come sentirsi sul banco di scuola della vita a starle accanto sul set.

Possiede una sensibilità particolare, mite e tenace, al tempo stesso è di una vitalità straripante che sussurra sottovoce. Lavorare con lei è stato facile poichè mi sono sentito sempre tutelato dal suo operato e, cosa stupenda, sentivo che le importava davvero del suo personaggio, esisteva un dialogo interiore continuo tra lei e ciò che interpretava. Per me era sicuramente un punto di riferimento (soprattutto nel ricordo della sua recitazione meno conosciuta, quella Felliniana e Bunueliana).  Rispecchia l’immagine mentale che avevo del personaggio di Italia e l’immagine-ricordo di mia nonna; le somiglia molto ed è stato tremendamente emozionante e commovente (ri)vivere certi momenti con lei e ”le sue mani sulla mia vita”, mentre era aggrappata durante la nostra avventura in scooter.

Un amato funerale Luca Murri

 

– Cosa ti è rimasto della collaborazione con Ciprì? (Dal punto di vista di maturità tecnica)

Beh sicuramente ho avuto la fortuna di avere accanto un artista di straordinarie proporzioni.  E’ una persona di una sensibilità unica, che sa scegliere e consigliare in tempi rapidissimi creando sempre una forte empatia, anche nei momenti più difficili e complicati.

Ha un tale estro che non è facile non sentirlo addosso e in un certo senso non subirlo. Sarei ipocrita a dire che non ho avvertito anche una certa soggezione nei suoi confronti, nonostante sia una persona incredibilmente alla mano, ma considerando la mia poca esperienza e il fatto che per me rappresentasse un vero mito (sono cresciuto guardando ”cinico tv” e il suo cinema con Maresco) ho percepito molto presente la sua presenza artistica.

Della collaborazione con lui mi è rimasta una fortissima emotività più che chissà quale capacità tecnica; del resto, pur estremizzando, Welles diceva che è possibile imparare la tecnica in tre giorni, sottolineando che è imparare a usarla per la propria arte che può impiegare una vita. Ci vuole tempo dunque per attingerla figuriamoci per apprenderla ma avviene una sorta di ”traspirazione” del metodo creativo nel vedere un professionista di quella portata.

Il maestro Daniele Cipri e Luca Murri controllano l'inquadratura.

Mi è rimasta davvero impresso la capacità di ”sentire” la luce e quella di concepire il buio; quando lavoravamo mi sforzavo di osservare come lavorasse alla ricerca dell’atmosfera luminosa, più che sui singoli tagli, in questo è quasi unico.

Mi è rimasta negli occhi ben ferma la sua capacità di sottrazione, sia degli elementi tecnici per illuminare che della luce necessaria per mostrare. Di come sembra partire da una domanda più simile al ”cosa nascondo per far vedere raccontando” invece del classico ragionamento ”cosa mostro per raccontare”.

 

– La musica è molto bella, quali sono state le direttive compositive?

La musica è di Brian,uno dei miei amici storici, ci conosciamo da più di 10 anni, siamo praticamente cresciuti insieme. Ha sempre fatto un tipo di musica molto diversa da quella su cui abbiamo lavorato per le atmosfere del cortometraggio, ma è un grande ascoltatore e se guidato sa indirizzare la sua sensibilità verso strade nuove. Infatti si è messo completamente a disposizione e dopo aver portato le sue proposte e ascoltato le mie osservazioni ed esigenze ha rimesso tutto in discussione. Le direttive generali erano quelle di ricostruire il percorso di ”rinascita” delle varie fasi del corto e dei personaggi, degli incontri in cui si inciampava con la bellezza del mistero, di suggerire il percorso dell’abbandonarsi alle cose, della fascinazione di un posto normale eppure magico o la scoperta di un’altra persona e la rivelazione di qualcuno/qualcosa che pensavamo di conoscere.

Un sottile senso di spiritualità distante dal dogma religioso ma intinto della religiosità di tutte le cose.

 

– Parlaci un po’del tuo percorso dalla nascita dell’idea alla produzione alla ricerca degli interpreti, come ti sei mosso?

E’ stato un percorso molto lungo e travagliato. Il soggetto nasce diversi anni fa ed è rimasto nel cassetto fino all’incontro con Debora Leonardi, la produttrice del corto.

Da lì, siamo partiti verso un qualcosa che inizialmente doveva essere molto più contenuto ma ovviamente dal ”sì!” di Milena è cresciuto a dismisura. Lei non la conoscevo, sono andato a teatro una sera e le ho lasciato la sceneggiatura, mi ha chiamato qualche giorno dopo dicendomi che gli era piaciuta e voleva incontrarmi. E fin dal primo incontro ci siamo piaciuti e congedati con il suo ”io ci sono”.

Poi Debora è riuscita a mettere su, da indipendente, una produzione incredibile. Eravamo stati prima al Ministero per chiedere il finanziamento e nella graduatoria siamo rimasti fuori di un soffio, undicesimi mi sembra su settanta (di cui i primi 8 finanziati). In seguito abbiamo avuto un incontro con la Sicilia Film Commission che nonostante l’interesse dimostrato è rimasta lettera morta. A quel punto abbiamo indetto una lotteria locale per reperire fondi e poi ha coinvolto 4-5 sponsor importanti e decine e decine di piccoli sponsor. Azzardando e rischiando moltissimo, con l’aiuto del padre, degli sponsor principali e delle persone che l’hanno affiancata a Nicosia (il paese in Sicilia dove abbiamo girato), la nostra produttrice ha fatto una vera, piccola, storica impresa per un cortometraggio.

 

– Dove porterai questo corto?

Per ora stiamo girando i Festival di tutta Italia ed abbiamo ottenuto un ottimo riscontro. Adesso abbiamo intenzione di presentarlo anche fuori dai confini. Inoltre stiamo girando tutta la Sicilia con l’iniziativa di Beppe Manno: Rassegna itinerante di cinema d’autore e documentari, facendo tappa ovunque ogni due/3 settimane. Speriamo di ripetere un’iniziativa simile anche in altre regioni. Purtroppo la distribuzione per il cortometraggio resta il vero tallone d’Achille. In Italia non c’è un sistema di accompagnamento di queste piccole opere nelle sale. E lo spazio resta quello dei tantissimi festival spesso poco considerati anche da chi li fa. 

 

– Sei soddisfatto del risultato oppure si è creato qualcosa di inaspettato?

Sono soddisfatto anche se ovviamente, ogni volta che lo riguardo, vedo i difetti, quello che avrei voluto fare e non ho fatto e tutto ciò che l’occhio dell’esperienza ti fa notare.

Nel complesso penso di esser stato fedele al mio intento espressivo e di averlo portato avanti, anche rischiando di sbagliare, con intransigenza e convinzione e sicuramente si è creato qualcosa di inaspettato, ma è uno dei motivi per cui provo a fare cinema. L’incontrollabile, che gli è congenito almeno in alcune cose, è uno degli elementi espressivi più affascinanti se inseriti nella precisione di una macchina produttiva; come l’amore, che ci coglie spesso lontano e fuori dalla nostra struttura. In questo l’inaspettato cinematografico mi sembra ben aderire alla vita, cosi come dovrebbe fare il buon cinema anche quando dilaga nella fantasia.

 

– Perchè fai questo lavoro Luca?

Perché credo che il cinema, con la sua natura sinestetica di vista e udito, sia un’arte che arrivi dove molte altre si fermano; riesce ad indirizzare dei cambiamenti di percezione laddove il pensiero e persino la coscienza non ce la fanno. Viviamo un momento storico in cui il cinema, soprattutto in Italia, dovrebbe azzardare molto di più. Bisogna avere il coraggio di dire no e quindi penso che oggi un curriculum davvero ben fatto dovrebbe riportare non le cose fatte, bensì i rifiuti dati. E’ sui ”no” che si costruisce quello che sei, e sulla capacità di esprimere il disgusto per le convenzioni luride ma da tutti accettate, rispettate o addirittura venerate.

Ad esempio Ken Loach insieme ai Dardenne mi appaiono come unica trincea cinematografica rimasta di quel cinema a cui importa ancora qualcosa delle sorti e dell’ingiustizia dei sistemi politici, economici e sociali. Chi ha il privilegio di fare film, di scrivere libri, di salire su un palco, di esporre ed esporsi, non dovrebbe mai dimenticare il potere buono, l’unico che, contraddicendo De Andrè, possa esistere: quello di poter dire qualcosa a molti da parte di qualcuno che molti altri può rappresentare.

Il mondo, attraverso le derive narcisistiche e comunicative del web degli anni 0 e dell’anno uno, si è sempre più ”televisivizzato” sia da un punto di vista estetico che etico; la cultura quindi non è più l’opera di uomini che sognavano progressi nei rapporti e nelle società o che quantomeno la criticano ma film o musica che invece che scuoterci e turbarci ci hanno rassicurato sulla possibilità del “divertente” futuro.

E quindi ringrazio e vorrei vedere più Ken Loach o Dardenne in giro e chiunque oggi possa pensare ancora ad un cinema che anteponga il motivo alla feticizzazione, chi addirittura riesca a farlo con maestria e amore per il proprio linguaggio espressivo, con compattezza e forza, spirito di ricerca, proprio come fanno loro; autori che “danno fastidio” perché ci danno quello che non solo non ci aspettiamo ma che non vorremmo neanche sentirci dire (con la fede nel miglioramento). Un cinema che ci ”turbi” e non che ci rassicuri e che ci mostri che ”spendere”, è un termine sensato e degno solo se usato in funzione degli altri e della comunità.

Quindi faccio questo anche per poter esprimermi totalmente e condividere questi ragionamenti, intenti, sogni..E lo faccio con un film, una sceneggiatura o una bella e inaspettata intervista come la tua.

 

Silvia Pezzopane
Informazioni su Silvia Pezzopane (56 Articoli)
Scrittrice freelance e costumista per vocazione, appassionata di cinema, arte, musica. Con una laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo e un paio di sogni nel cassetto, crede irrimediabilmente che la sua vita sia un film..

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