Sottofondi – il reportage di Jacopo Rufo dal sottosuolo di Roma

Questo è Sottofondi: un reportage fotografico realizzato nella metro di Roma da Jacopo Rufo; fotografo che si è dato delle regole ma che molte volte si concede la libertà di scattare secondo l’istinto.

“La forza schiacciante dello star system, del politically correct, degli apericene, del traffico delle sei, dello stare bene e dello stare male, si riflettono sulle personalità di ognuno, sul vestiario, sui modi di fare, di atteggiarsi. Queste persone, tutte uguali e diverse allo stesso tempo, affollano quotidianamente i mezzi pubblici, in particolar modo le metropolitane.

Di molti di loro conosciamo solo la nuca.

Eppure, se ci soffermiamo un secondo a guardare, capiamo che non sono poi così “sconosciuti” e che un individuo di spalle,  apparentemente stereotipo d’incomunicabilità, custodisce inaspettatamente i tratti espressivi necessari a conoscere, in maniera approssimativa, la sua età, l’etnia, la professione, ma anche il carattere, la personalità, e se vogliamo anche i sogni e le frustrazioni.”

© Jacopo Rufo_Sottofondi

Cito le sue parole perché, benché sia alla ricerca di un curatore, esprime alla perfezione qualcosa che va al di là del desiderio di fotografare è un bisogno insito, che lo porta a seguire con l’obiettivo la vita suburbana.

Jacopo nasce in un piccolo paesino dell’Abruzzo e adora fare trekking, sciare; inizia fotografando paesaggi ma si rende conto che ognuno possiede un carattere umano, allora passa al ritratto.

Ha 24 anni, studia alla Sapienza di Roma e scrive su piccole testate, pubblica foto. È stato fotografo di scena e grafico freelance, portando avanti nel mentre tanti piccoli progetti come Sottofondi.

Mi sono innamorata di questo progetto e rischierò di essere troppo romantica nella visione, quindi vi faccio raccontare da Jacopo cosa è per lui Sottofondi, incontrandolo in un bar fusion un sabato mattina, proprio alla Stazione Termini di Roma.

Sono abituata a scrivere in metro e descrivere chi mi è di fronte, le persone mi comunicano chi sono; a te cosa raccontano?

È una domanda così complessa che sono tentato dal rispondere: “niente”. Ma, ovviamente direi una grande cazzata. Diciamo che ogni persona comunica qualcosa di diverso, ognuno ha la sua storia da raccontare ed è difficile tirare le somme e dire cosa generalmente mi comunicano i soggetti che fotografo in metro, diciamo pure che spero di aver già in parte risposto a questa domanda con le stesse fotografie, e che trovo molta difficoltà nel tradurre in parole quello che mi comunicano queste immagini.

Queste sono fotografie fatte con la pancia, istintive, dovute ad un impulso che mi spinge a fotografare un soggetto piuttosto che un altro, la scelta sta più nei limiti che mi sono dato; nello stile, nelle scelte di composizione. Non c’è niente di fascinoso in questo impulso, non è un automatismo interpretabile come interpretiamo il flusso di coscienza in letteratura. È una cosa molto più terra terra quella di Sottofondi: l’elemento che mi spinge a fotografare, quello che potremmo chiamare forse impropriamente punctum, è molto spesso un enigma, un MacGuffin, un pretesto dal quale parte tutto il discorso di Sottofondi.

Le tue foto hanno i colori di una Roma multietnica in apparenza ben funzionante, ma intervallata da spalle basse e malinconia di sguardi rivolti a terra; cosa vuoi comunicare con questo reportage?

Guarda in primis ti dico che non sono nemmeno sicuro di quanto Sottofondi possa essere considerato reportage. La cosa che mi conforta è che a quanto pare nessuno in fin dei conti ha bene in mente cosa sia un reportage, visti anche i recenti fatti di Giovanni Troilo. (Vedi premio ritirato La Ville Noir).

Tutti i soggetti componenti questa serie sono stati fotografati a loro insaputa, non c’è niente di organizzato e niente è stato costruito in sede di ritocco, ma comunque non mi sento di dire che questa è stata una decisione dettata da un atteggiamento se vogliamo “purista”. Sottofondi non si propone come documentazione affidabile del reale, semplicemente vado a modificare molto poco perché è un qualcosa che impegna così tanto la testa che non c’è tempo per lavorare alla post produzione, inoltre in metro c’è un setup di luci favoloso! Le spalle basse e gli sguardi rivolti a terra hanno sicuramente una componente malinconica non indifferente, dovuta in parte al fatto concreto che quasi tutti quelli che entrano in metro hanno la testa china su uno smartphone, su un giornale o su un libro. Ma questa malinconia non è altro che una singola sfaccettatura del progetto fotografico e non vuole assolutamente diventare il perno del progetto. A me piace interpretarla come una sorta di saudade: la nostalgia di un vivere naturale, genuino, umano.

La stazione metro è un luogo totalmente artificiale, pensato e costruito per un consumo fugace. È un luogo asfissiante, e tutti noi cerchiamo riparo evadendo grazie a dei surrogati di esperienza.

Per quanto riguarda l’elemento multietnico posso dirti che ha un’importanza di fondo indispensabile. Io parlo delle metropolitane di Roma, ma potrei parlare di qualsiasi altra metropolitana al mondo. Il mio interesse è fornire un materiale contenente un ventaglio di individui che frequentano la metropolitana, senza la pretesa di racchiudere all’interno di un grosso contenitore tutte queste “tipizzazioni”, senza la necessità di fornire una conoscenza formale della metropolitana. Sottofondi è una fase senza inizio e senza una fine, è uno spaccato dai contorni sfumati, è una raccolta che può essere sfogliata in pochi secondi tra una fermata e l’altra della metro, è un surrogato di esperienza che vuole spezzare la routine della vita contemporanea.

© Jacopo Rufo_Sottofondi

Perchè hai deciso di limitare il progetto alla metro di Roma evitando di prendere in considerazione altre città?

Ovviamente ho avuto modo e interesse di usare le metropolitane di tutti i posti in cui ho viaggiato, avrei potuto allargare il progetto a Budapest, Madrid, Pechino, Copenaghen, ecc, ma non è stata mia intenzione per due motivi principali: il primo è legato a una necessità concreta; costruire progetti seriali a lungo termine come questo condiziona la propria vita.

Si finisce per raccogliere migliaia e migliaia di fotografie organizzandole in un archivio che possa funzionare per un lungo periodo e ci si ritrova costantemente invischiati in un lavoro di selezione sfiancante. Ho realizzato queste fotografie cercando di mantenere il massimo distacco possibile per paura di venirne inglobato, ho raccolto il materiale senza fare uscite mirate.

Il mio maestro di fotografia, quando qualche giorno fa mi ha mostrato Underground di Marco Pesaresi (progetto meraviglioso che consiglio a tutti), mi ha detto che ci sono due tipi di fotografi al mondo: chi porta costantemente con se la macchina fotografica, con il rischio di diventarne succube, e chi invece la usa solo quando ha qualcosa da raccontare, rischiando di diventare un semplice fruitore; io rientro nella prima categoria, con tutti i pro e i contro che possono esserci.

Essendo ancora agli inizi (e soprattutto senza un soldo) curo tutto il processo produttivo di un’immagine, dalla raccolta alla selezione, dall’archiviazione alla postproduzione, fino all’ottimizzazione per il digitale o la stampa.

Sicuramente se avessi avuto un assistente e qualche collaboratore avrei preso in considerazione l’idea di  allargare il progetto in numerose metropolitane nel resto del mondo. Limitare a Roma questo progetto fotografico è stata una decisione frutto di uno spirito di conservazione che chi vive con la macchina al collo è in grado di comprendere.
Il secondo motivo per cui ho scelto di limitare a Roma questo progetto è dovuto a un’attrazione personale: come ti ho appena detto la metropolitana è un luogo totalmente artificiale, e come ben sai il sottosuolo romano custodisce millenni di storia; uno degli elementi che mi ha spinto a scegliere Roma per la realizzazione di Sottofondi è certamente legato al fascino che esercita questo forte contrasto tra i due ambienti; l’uno così asettico, l’altro eterno e antico.

Entrare in una metropolitana a Roma è diverso che entrare in una metropolitana a Dubai.

Hai già qualche idea sull’esposizione di Sottofondi?

La selezione sarà ridotta a 25 scatti, tutti stampati in piccole dimensioni, non più di 10×15 cm.

Ma tu stai continuando a scattare?

Purtroppo continuo a spostarmi in metro! Se vuoi ci facciamo un giro così vedi di cosa sto parlando!

Sottofondi ci piace perché è diretto, Jacopo ci piace perché per lui la fotografia è qualcosa di personale che nessuno può insegnare, e seguirlo in metro a lasciarsi suggestionare dagli abitanti in movimento è stato emozionante, soprattutto perché i nostri occhi sono diventati i suoi.

Per qualsiasi informazione visitate la pagina ufficiale di Sottofondi.

Silvia Pezzopane

Silvia Pezzopane

Scrittrice freelance e costumista per vocazione, appassionata di cinema, arte, musica. Con una laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo e un paio di sogni nel cassetto, crede irrimediabilmente che la sua vita sia un film..

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