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In Marangoni We Trust

Breve reportage della nostra visita alla Scuola di Design Marangoni di Milano dove il design diventa pratica

Questo novembre ho partecipato alla #istitutomarangoniexperience, tour guidato della Scuola di Design Marangoni che ha visto me e uno sparuto gruppo di blogger entrare nella prestigiosa scuola di Milano per poter dare un’occhiata ai laboratori e, così facendo, scoprire il metodo di lavoro adottato dai professori e ammirare gli splendidi arredi Cappellini, eccellenza italiana che si è occupata di ammobiliare l’intero edificio.

Dopo un break nell’accogliente sala caffetteria, come prima tappa ci siamo recati, accompagnati da una guida d’eccezione come Cristina Morozzi, Director of education della Design School, verso il laboratorio dei prototipi, dove l’insegnante Sergio Nava ci ha mostrato le stampanti 3D in dotazione e ce ne ha spiegato funzionamento e limiti. L’aula ricreata per permettere agli studenti di rapportarsi già durante i corsi con gli strumenti del mestiere per avere poi una marcia in più nell’ambiente lavorativo, è ampia e luminosa, l’ideale per una lezione pratica. L’approccio diretto con le stampanti 3D consente presto ai futuri designer di scoprire quanta differenza ci sia tra progettare un oggetto sul pc e realizzarlo, una volta messi di fronte alle difficoltà pratiche della realizzazione (angoli che non possono essere replicati, strutture portanti che non ne reggono il peso dell’oggetto, per fare degli esempi). Il lavoro del designer è infatti, sì, quello di ideare arredi e oggetti ex novo, ma anche quello di farlo nella coscienza dei limiti e delle potenzialità della materia. L’idea è perciò quella di dar modo agli studenti di comprendere l’aspetto pratico del lavoro tramite la creazione di prototipi e riuscire a rendere concrete delle idee. A tal proposito l’Istituto Marangoni si muove anche in altro senso, dando la possibilità agli studenti di partecipare a progetti che gli mettono a contatto diretto con le aziende che, in alcuni casi, decidono di produrre le creazioni dei ragazzi.

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20141114_132536Sergio Nava ci spiega che le stampanti funzionano mediante un software che disseziona l’oggetto progettato sul computer con KAD in modo da suddividerlo in layer che vengono poi riprodotti uno sull’altro in modo da creare i prototipi esattamente come farebbe una pistola a caldo. Sia il piedistallo di appoggio che l’estrusore sono caldi e il passaggio da un layer e l’altro è gestito dall’abbassamento del piedistallo. Le due stampanti 3D che ci vengono mostrate al lavoro si comportano in maniera differente: la prima realizza oggetti senza supporto, la seconda è in grado di stampare anche quelli, realizzando delle strutture asportabili che fanno in modo che il  prodotto finale sia “finito”.

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A seguire ci siamo spostati tra piano terra, primo e secondo piano alla scoperta delle aule in cui gli alunni frequentano le lezioni, comprese le sale di informatica e la biblioteca. All’interno di quest’ultima, oltre ai numerosi volumi consultabili, sono presenti numerosi campioni delle materie prime che possono essere utilizzate, siano esse materiale tessile, legno, rocce o leghe.

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L’esperienza all’interno dell’Istituto mi ha, come prima cosa, permesso di apprezzare quanto sia poetico il processo. Molto spesso, infatti, ci troviamo di fronte ad un oggetto di design senza comprenderne il significato e siamo incapaci di soffermarci sul notevole lavoro che c’è dietro o semplicemente non ci poniamo neanche il problema. Parlare con i ragazzi al lavoro concettualmente sugli interni di diverse abitazioni e negozi di Malibù mi ha dato modo di comprendere quanto l’impegno e intelligenza stiano dietro ad ogni singola idea realizzata e a quanto tutto ciò sia catartico. In secondo luogo mi sono trovata piacevolmente sorpresa da il modo in cui la stessa scuola cerca di creare un collegamento diretto tra le aziende a i suoi studenti. Si tratti di concorsi, collaborazioni o progetti, i giovani si trovano in breve tempo a contatto con le industrie e imparano sin da subito quanto le proprietà dei materiali influenzi la loro stessa carriera. L’Istituto Marangoni ha insomma capito quanto è importante mantenere il contatto con la realtà. In ultimo è stato interessante notare il ruolo fondamentale del confronto nella loro didattica; i ragazzi, che vengono da ogni parte del mondo, spesso si approcciano al lavoro partendo da concezioni diverse, spesso legate alla loro tradizione. In tal senso, la cooperazione permette agli stessi di arricchirsi ma anche di pensare ogni singola fase del processo in maniera differente e di sviluppare una sana competizione con lo scopo di raggiungere l’eccellenza.

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Insomma, concludo il mio resoconto come l’ho iniziato. In Marangoni We Trust. Perché è un istituto stimolante, gratificante e al passo coi tempi. Perché ha capito che la pratica è essenziale. Perché studiare lì è molto più simile a lavorare che ad altro. E ai tempi d’oggi questo è davvero essenziale.

Ilaria Mencarelli
Informazioni su Ilaria Mencarelli (402 Articoli)
Classe 1988, marchigiana d’origine e milanese d'adozione, insegue da qualche anno la laurea specialistica in Scienze della Terra a Milano, che la porterà ad essere geologa a tutti gli effetti. Dal 2013 decide che vuole di più e incomincia a scrivere: prima raccontini liberi sul suo blog, poi articoli e recensioni. Ama tutto ciò che è arte e ha un debole per i fumetti.

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