Boyhood di Richard Linklater

Sottofondo musicale:  Arcade Fire – “Deep Blue” (a seguire tutto l’album ”The Suburbs”) }

È possible fermare il tempo?

Renderlo manipolabile, dilatare gli istanti preziosi, conquistare la possibilità di continuare a viverli?

No, non è possibile, purtroppo. Ma si può tentare di riprenderlo “in corsa” fissando il fluire grazie ad un esperimento particolare che ci fa sentire un po’più padroni degli attimi che poco a poco si lasciano andare dietro il nostro passo.

Ci prova Richard Linklater, regista e sceneggiatore texano con la fissa per gli incontri inaspettati che direzionano la vita verso mete inconsuete e con il desiderio forte di trattenere il tempo, averne tanto da poter raccontare il suo immediato scorrere; è evidente sin dallinizio della sua carriera con progetti indipendenti e minimali come “It’s Impossible to Learn to Plow by Reading Books” del 1988 e “Slacker” del 1991, proseguendo con la trilogia iniziata nel 1995 e terminata nel 2013 che vede gli interpreti Ethan Hawke e Julie Delpy rincontrarsi dopo anni di mutamenti esteriori e dell’animo.

Nel 2002 decide però di raccontare una crescita reale inserita in un’architettura cinematografica sperimentale e riesce a dilatare il tempo sfruttandolo a suo favore riprendendo dodici anni della vita di Mason,(fuori dal set Ellar Coltrane) scritturato all’età di sei anni e affiancato dagli attori Ethan Hawke e Patricia Arquette nel ruolo dei suoi genitori e dalla stessa figlia di Linklater come sorella maggiore.

boyhood

Il film Boyhood (vincitore del premio alla miglior regia al Berlino International Film Festival 2014) viene concepito come un progetto artistico senza nessuna aspettativa commerciale che prema sugli intenti o sulla realizzazione, di anno in anno parte della troupe e cast si riuniscono per le riprese, il risultato subisce trasformazioni completandosi pazientemente e lo svolgimento non viene condizionato bensì si adatta un po’ a quella che è l’effettiva evoluzione dei personaggi, dello scenario politico, delle mode e delle aspirazioni.

Si vive con loro un lungo percorso che segue i passaggi importanti del maturare di Mason ma soprattutto i momenti comuni; la scelta narrativa si sviluppa secondo un naturale lasciarsi osservare dei protagonisti e non tutte le azioni riprese sono effettivamente significative o comunicative ma spesso sensatamente normali.

Credo che il fattore empatico rivesta un ruolo fondamentale durante la visione di un film e spesso ci troviamo a seguire il lavoro progressivo di attori che interpretano qualcuno per poi passare a qualcun altro che li interpreta in tempi successivi, coscientemente percepiamo la finzione ma comunque veniamo indirizzati verso meccanismi di identificazione o allontanamenti morali, o più semplicemente proviamo un affetto incondizionato e ci affezioniamo a loro.

Boyhood eleva il concetto di empatia ad un livello superiore poiché siamo in grado di partecipare ad un percorso effettivo dove i volti si fanno più affilati e duri nel tempo ma rimane in fondo agli occhi la scintilla tenera  dell’inizio e per la prima volta non è merito di trucchi ben fatti o escamotages vari: le nostre aspettative crescono con i personaggi e ci leghiamo imprescindibilmente alla loro esistenza.

Il risultato non è un lungometraggio di formazione che aiuta a capire il senso del mutamento o l’arte di sfruttare a pieno il proprio stare al mondo e neanche uno pseudo documentario noioso pronto ad insegnare come evitare l’errore, ci si specchia invece in qualcosa che potrebbe somigliare a ciò che caratterizza il nostro limitato e unico essere vivi ora, un alternarsi di lampi di totale entusiasmo e lunghi periodi biechi e scomodi, comunque importanti perché irripetibili, per scoprire che la folle corsa intrapresa potrebbe portare a contemplare vasti panorami come a lasciarsi andare nell’irrisolutezza del tempo andato.

Ps: scelgo di inserire accanto al trailer doppiato anche quello originale, la mia fede è vedere i film nella lingua in cui sono stati concepiti (la verità più grande è che odio le vocette stupide che danno ai bambini)

Silvia Pezzopane

Silvia Pezzopane

Scrittrice freelance e costumista per vocazione, appassionata di cinema, arte, musica. Con una laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo e un paio di sogni nel cassetto, crede irrimediabilmente che la sua vita sia un film..

Lascia un commento

Loading Facebook Comments ...

Lascia un commento