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Interstellar: lacrime, sorrisi e panico. Ne vale la pena?

Matthew McConaughey diventa il nuovo Ulisse dello spazio profondo.

Terra, a.D. 2xxx.

Tutto quello che resta del nostro pianeta è sabbia e vento. La “piaga” ha distrutto quasi tutte le risorse alimentari del pianeta. Solo il mais resiste ancora come ultimo cereale coltivabile. L’umanità ha abbandonato qualsiasi velleità culturale o scientifica, gli eserciti non esistono più: l’unica priorità di tutte le nazioni del mondo è la sopravvivenza. La fame è ovunque, e l’unica attività “socialmente utile” e quotidianamente necessaria è l’agricoltura.

Eppure non è sempre stato così. Un tempo Cooper (Matthew McConaughey) era un astronauta, e non ha mai abbandonato il sogno di viaggiare nello spazio. Una serie di (sfortunati?) eventi lo riporterà a seguire la sua indole e a tentare di garantire la salvezza della specie umana.

Vale la pena di vedere “Interstellar”?

La domanda è anche nel titolo di questo post: vale la pena passare quasi tre ore – 169 minuti per l’esattezza – seduti in sala per vedere l’ultima impresa spaziale firmata da Christopher Nolan? Sui social network è esplosa la polemica con toni decisamente dicotomici: da un lato c’è chi grida al “capolavoro!“, dall’altro i denigratori si divertono a trollare Nolan e il suo film, apostrofando “Interstellar” come l’ultima “Supercazzola!” di un regista sopravvalutato.

Personalmente, sono più propenso verso lo schieramento degli estimatori. “Interstellar” è un’opera sicuramente dalle ambizioni epiche, e Christopher Nolan per l’ennesima volta prova ad alzare l’asticella dell’intrattenimento popolare nelle sale cinematografiche. I temi affrontati dal film sono sicuramente molti: dal viaggio interstellare, alla relatività, dalle teorie dei buchi neri e dei whormhole, ad un dualismo persistente in tutto lo svolgimento della trama del film, ovvero quello tra umanità intesa come specie e umanità intesa come sentimento. La carne al fuoco è tanta, ed è innegabile la passione che ha permeato tutta la realizzazione del progetto, in cui sono coinvolti sia il fratello del regista Jonathan Nolan che l’astrofisico californiano Kip Thorne.

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Un altro aspetto che rende importante “Interstellar” rispetto alla maggior parte delle produzione arrivate in sala quest’anno è quello tecnico: Nolan è uno degli ultimi feticisti della pellicola – questo sarà probabilmente uno degli ultimi film girati in pellicola della storia del cinema, ormai l’invasione del digitale è inarrestabile. Il film è stato girato in 35mm e 70mm, con un’intera ora nel formato panoramico IMAX, e si vede. Inoltre non possiamo ignorare il lavoro svolto da Hans Zimmer: per una volta ha abbandonato la comfort zone dei suoi tamburi marcianti per alzare al cielo e alle stelle melodie di fiati e archi che inevitabilmente fanno tornare alla memoria alcune sequenze kubrickiane. Vale lo stesso anche per l’aspetto audio-visuale delle sequenze spaziali: visivamente mozzafiato e ipnotiche, senza dover ricorrere a colori accecanti o suoni roboanti. Notevole anche la fotografia, influenzata dal contesto della narrazione: colori asfissianti sulla Terra, gelidi nello spazio.

Interstellar” resta permeato di citazionismi del genere fantascientifico – come era ovvio e naturale che fosse, d’altra parte – e il giochino Indovina-Dove-Ho-Visto-Qualcosa-Di-Simile è chiaramente affascinante, ma alla fine poco stimolante per me. Lascio ai lettori e ai commenti questo divertente passatempo, ma vorrei chiudere il discorso sull’ultima fatica di Nolan parlando d’altro.

Perché “Interstellar” è un capolavoro?

Quello che colpisce davvero di “Interstellar” è il rinnovamento di Nolan: siamo tutti abituati dalla sua cinematografia – Memento, The Prestige e Inception in primis – ad aspettarci trame intricate, salti temporali, risvolti psicologici e tormenti interiori. Non che la sua ultima opera sia scevra da complicazioni che obbligano lo spettatore a riflettere, rispetto alla tipica americanata – e si badi bene, non sto utilizzando il termine in senso dispregiativo. “Interstellar” resta un film complesso, ma per una volta il motore immobile del film non è più l’ossessione o la paranoia del protagonista, ma l’amore. Questo aspetto giustifica tutto il terzo atto del film, da molti cinefili giudicato fallimentare. Non da me, anzi.

Dove Nolan decide di agire e di svoltare la trama, molti suoi colleghi presenti e passati hanno poggiato la macchina da presa e la penna. Nolan ha in mente una storia, e la narra fino all’ultimo secondo e alle estreme conseguenze, chiudendo tutte le sottotrame e spiegando ogni risvolto della sceneggiatura – tra l’altro con meno spiegoni del suo solito. Coerentemente con le sue intenzioni, riesce a far passare in un film di fantascienza ambiziosissimo un messaggio talmente ingenuo e semplice da sembrare banale agli occhi dei cinici. L’Amore vince su tutto. Cooper diventa un nuovo Ulisse, conteso tra i due demoni dell’Amore e della Conoscenza. Matthew McConaughey, bravissimo, si carica sulle spalle il film, traghettandolo in porto con ogni ruga e lacrima, come un eroe dai toni tanto messianici quanto umani. In tutto questo, diventa quasi secondario il resto del cast – che esprime comunque prove di buon livello con Michael Caine, Anne Hathaway e Jessica Chastain. Fondamentale e ben caratterizzato però il cameo di Matt Damon.

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Opinabile? Sicuramente. Ma è un diritto/dovere degli Autori esprimere il proprio pensiero. Nolan lo ha sempre fatto, a maggior ragione lo fa ora in questa che è, a sorpresa, la sua storia più intima nonostante il contesto dell’intreccio sia di proporzioni inimmaginabili per vastità spazio-temporale. D’altra parte nessuno ha mai detto che un “capolavoro!” debba essere un film perfetto ed esente da difetti.

Ma un film diventa, secondo me, un capolavoro quando riesce a trasmettere coerentemente il messaggio del suo autore, appagando lo spettatore. “Interstellar“, pur con tutte le sue piccole crepe che tanto attirano le risatine dei pignoli, resta un film eccezionalmente godibile per tutta la sua durata, ma soprattutto un film che mi ha fatto ridere, piangere e spaventare in maniera talmente convincente che ora, scusate, corro a rivederlo per una seconda volta!

Vi auguro di provare questo stesso desiderio, vi auguro di avere la voglia e l’ingenuità di abbandonarvi a questo viaggio tra le pieghe dello spazio-tempo e dell’animo umano. Dipende tutto dalla sospensione dell’incredulità. Per me, è luce verde.

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Informazioni su Guido Brescia (1 Articoli)
25 fps fissi, tanto buffer, poca ram, un solo core!

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