Sulla Print Gocco, alla ricerca del vintage perduto

Chi scrive ritiene che niente ha fatto (e sta facendo) male alla cultura come l’effetto nostalgia.
Autori imbarazzanti, grafiche improponibili e strumenti potenzialmente mortali che improvvisamente diventano cool perché, stringi stringi, ricordano i tempi in cui si era giovani e belli. Chi vi scrive, nonostante questo, subisce il fascino di oggetti vintage quando questi hanno qualcosa che li rende ancora oggi validi e attuali.

Un esempio su tutti: la polaroid, della quale non esiste un equivalente moderno, una macchina che abbia lo stesso brillante equilibrio tra praticità e imprevedibilità.

Ma non è della polaroid che voglio parlarvi, ma della Print Gocco, una minuscola macchina serigrafica casalinga, sviluppata nel 1977 da Noboru Hayama e commercializzata dalla Riso con enorme successo in Giappone, dove fino agli anni 90 era posseduta da 1/3 dei Giapponesi. Un giocattolo in plastica colorata che permetteva di realizzare stampe in piccolo formato in maniera facile e pulita, a più colori e in grandi quantità.

Un prodotto che in maniera analoga alla Polaroid, è stato colpito a morte dall’avvento della stampa digitale, tanto che nel 2005 Riso ha interrotto la produzione di PrintGocco, lasciandoci per l’ennesima volta orfani di qualcosa per cui il termine analogico aveva davvero senso.

Esiste una community di appassionati, che fa riferimento a Save Gocco, nata sperando di convincere la Riso a fare marcia indietro. Difficile che riesca nel suo intento, ma vogliamo sperarci. Nostalgici no, sognatori si.

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