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La comunicazione politica: più rete, più poesia, meno alberi abbattuti!

Musmarra: "Non servono più cenoni e affissioni, si tenga a bada il colesterolo della banalità"

Spesso abbiamo parlato su questo blog di creatività, comunicazione e politica. Ci siamo interessati alle font di partito (qui), alle campagne volutamente provocatorie (qui), alle idee moderne (americane) che diventano vincenti anche da noi (qui), abbiamo sempre cercato di capire dove sta andando nel nostro paese la comunicazione politica, specie se elettorale e come sta evolvendo. Per capirlo meglio abbiamo fatto quattro chiacchiere con Giuseppe Musmarra, giornalista, cronista parlamentare, inviato, caporedattore in diversi giornali. Uno degli ultimi assunti da Montanelli, che ha seguito alla Voce, lasciando il Giornale di Berlusconi. Ha inventato e diretto agenzie di stampa. Una passione per la scrittura, un’ossessione un po’ morettiana per la sintassi e le sue implacabili leggi. Blogger, autore di un apprezzato libro di poesie. Consulente strategico di comunicazione, spin doctor considerato rivoluzionario nell’uso dei social.

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Quando è nato l’interesse per il giornalismo e per la politica?
“Da bambino avevo un po’ di tempo libero, mi capitava di leggere gli articoli di fondo dei giornali, e ricordo che mi piacevano. Ma poi chissà se li capivo veramente. Secondo me anche da adulti le cose non le capiamo mai tutte, ho come l’impressione che se ne perda sistematicamente un pezzo. Credo sia essenzialmente per questo motivo che si scrivono poesie, per tentare di recuperare le cose perdute”.

Tu perché ne scrivi?
“Forse anche per scandalizzare. Vedi, è un’attitudine considerata socialmente sconveniente e vista con sospetto da gran parte della popolazione, che credo consideri molto più rassicurante un pusher, o magari un usuraio. I poeti però sono amatissimi da morti. Parlando di poeti veri, ad esempio Alda Merini da quando è morta ha un sacco di amici che però in vita stranamente non andavano granché spesso a trovarla in manicomio. E se proprio non la morte, per un poeta è comunque raccomandabile perlomeno qualche serio problema di salute. Resta perfetta la definizione affibbiata al povero e cagionevole Cardarelli, che d’inverno girava per Roma indossando tre cappotti, ‘il più grande poeta italiano morente’. Se a qualcuno piacciono le mie poesie è chiaro che mi fa piacere. Ma sono solo un dilettante, e temo non sufficientemente crepuscolare. Tra l’altro faccio jogging: ecco, tu ce lo vedi un vero poeta che fa jogging?”

Cosa ti piace della comunicazione?
“Trovo interessante vedere il mondo dell’informazione dall’altra parte e la politica con i suoi tic, le sue manie. Poi per fortuna non esiste solo la politica, sennò sai che palle”.

A te non interessa il colore politico del candidato che segui. E questo è piuttosto controcorrente.
“Diciamo che tendo a relativizzare la drammaticità dello scontro politico in atto. Dubito che oggigiorno, alla fine di una singola esistenza, al cimitero leggeremmo mai sulle lapidi cose tipo ‘Partecipò alla Leopolda’, ‘Fu bersaniano’, oppure ‘Adorava Maurizio Gasparri’. Ci fossero ancora i nazisti a occupare Roma, imbraccerei volentieri il mitra per liberarla. Mancando questi presupposti epici, nel lavoro preferisco la neutralità. Il che non mi impedisce di avere mie idee personali, ma mi fa ritenere preferibile non impelagarmi con le appartenenze. I politici in questo paese hanno lottizzato anche i tavolini dei bar, credo possano accettare la mia modesta e rispettosa indipendenza”.

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Le idee. Che idee politiche hai?
“Preferisco dirti due cose che non mi piacciono, a destra e a sinistra. A destra l’omofobia, il razzismo, l’allergia alla cultura e alla lettura, l’intolleranza verso gli stranieri. Se penso a un rifugiato che sbarca in Italia tra mille stenti e si ritrova metaforicamente i leghisti che gli sputano addosso, beh la cosa mi fa incazzare. A sinistra invece c’è l’enorme problema dei benpensanti, bigotti, provinciali travestiti da progressisti. Se un redivivo De André oggi riscrivesse ‘Bocca di rosa’, probabilmente gli abitanti del paesino sarebbero elettori benpensanti di sinistra. Gente che a parole vorrebbe cambiare il mondo ma che nella vita quotidiana grufola nella chiusura e in forme patologiche di diffidenza. Un dramma epocale con venature di comicità, che la Grande Bellezza ha centrato in modo perfetto”.

Teorizzi campagne innovative, perché?
“Perché sono efficaci, costano meno e rendono di più. Secondo me non abbiamo più il diritto di abbattere un solo albero per ricavarne carta da manifesti. Non abbiamo diritto di cucinare orribili paste al salmone e vodka per compiacere platee ingorde di elettori vecchio stile che poi mangiano e giustamente spesso nemmeno ti votano. In un mondo ideale bisognerebbe tendere a manifesti zero e cene zero. La politica tenga a bada il colesterolo della banalità”.

Sei considerato un mago dei social in campagna. Che importanza hanno, in realtà?
“Guarda, qui non solo non c’è nessun mago, ma manca persino il gioco di prestigio, nel senso che i social sono solo uno strumento. Quel che serve sono le idee. Ad esempio, la vostra bellissima iniziativa contro la cancellazione dell’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole ha avuto successo perché era un’idea. Il tramite conta certamente meno. Immagino ti sia accorto che le persone non riescono più a parlare. Se invece tu ti candidi e riesci a parlare con i tuoi elettori, magari tentando di dire cose intelligenti o almeno normali, prestando loro la giusta, doverosa attenzione, il più è fatto. In diversi casi è proprio la necessità della comunicazione a creare il contenuto stesso della comunicazione. Occorre però essere coerenti, continuare il dialogo, non interromperlo, altrimenti i danni sono irreparabili”.

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La differenza tra campagne anglosassoni e italiane
“Nel mondo anglosassone i candidati hanno meno remore a mostrare la parte personale, privata. E parlare di sé, e non solo di politica, è certamente più efficace. Obama non ha alcun timore a farlo, sia pure con studiata misura. In Italia c’è ancora molto pudore, i politici reputano squalificante parlare di sé”.

La campagna più bella e la più brutta in Italia.
“Bellissima la prima di Vendola. Coraggiosa. Davvero di sinistra in un senso culturale fresco ed entusiasmante, e molto bravo anche Vendola ad avere il coraggio di riconoscervisi, pochissimi lo avrebbero fatto. Tremenda quella di Ncd. Noiosa. Brutta. Grigia”

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Renzi. Perché ha vinto il concetto di speranza contro quello di rabbia?
“Perché ha saputo declinare il concetto di speranza in modo dinamico e grintoso. Eppoi la rabbia… Tema elettoralmente affascinante… Esistono due categorie di persone arrabbiate. Quelle che lo sono per problemi concreti e contingenti, che vivono una fase di vita difficile e naturalmente si sfogano. Poi esiste una parte minoritaria di persone arrabbiate semplicemente perché così sono nate e così moriranno. Ecco, Renzi ha offerto una speranza alla prima categoria, anche perché la seconda ben difficilmente lo avrebbe ascoltato. Direi che ha offerto speranza a chi è in grado di accoglierla. Bravissimo, lui e chi lo ha consigliato”.

Lasciamo Giuseppe al suo lavoro e concludiamo qui (per ora) questo capitolo sull’evoluzione della comunicazione politica, sperando di avervi schiarito le idee su quello che significa lavorare in maniera efficace su dinamiche complesse ed in pieno movimento come quelle politiche.

Per chi volesse seguire e leggere del lavoro di Giuseppe ecco i suoi contatti social:

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Paolo
Informazioni su Paolo "Ottokin" Campana (2099 Articoli)
Paolo "Ottokin" Campana. Founder di Bloggokin. A volte grafico. A volte blogger. Giro, vedo gente, mangio cose.

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