Marc Sadler: l’intervista

Ci sono incontri, momenti, luoghi e persone, che ti cambiano la percezione delle cose. Sono persone speciali, che hanno dentro qualcosa in più, che riescono a trasmetterti una passione per la materia, per il loro lavoro, per qualcosa che va aldilà del semplice oggetto, qualcosa che parte da un idea di design e diventa concretamente filosofia.

Non ringrazieremo mai abbastanza il Gruppo Euromobil che ci ha ospitato e ci ha dato la possibilità di intervistare (insieme ad altri) un genio del design come Marc Sadler. Per i pochi che non lo conoscessero Sadler è uno dei nomi tutelari del design moderno, come lui stesso si definisce, è un cittadino del mondo (ha vissuto ed esercitato la professione in Francia, Stati Uniti, Asia e Italia), collabora con molte aziende nell’arredamento, dei piccoli e grandi elettrodomestici, dell’illuminazione, dei prodotti più prettamente industriali, oltre che ancora fortemente impegnato nel settore dello sport con collaborazioni quasi trentennali. La sperimentazione con le materie plastiche, tema portante dei suoi studi nonché grande curiosità personale, ha sempre avuto un posto di primo piano nella sua attività di designer. Pluripremiato con il Compasso d’Oro ADI per le lampade Drop (Flos, 1994), Tite e Mite (Foscarini, 2001) e la libreria Big (2008, Caimi Brevetti), ha ricevuto molti altri importanti riconoscimenti internazionali di design.

A dispetto della pur meritata reputazione di designer tecnico Marc Sadler è appassionato di pittura e disegno, emotivamente coinvolto al punto di considerarli i suoi interessi più autentici. Alcni suoi oggetti sono stati inseriti nella collezione permanente di design del MOMA di New York e la Mite di Foscarini fa parte della collezione design del Beaubourg di Parigi.

Come dicevamo, abbiamo avuto l’onore e la possibilità di intervistarlo nello spazio Euromobil durante il Salone del Mobile di Milano, dove presentava il divano Glow-in:

Come nasce la sua collaborazione con il gruppo Euromobil e con la Desireè?

La Desireè è un’azienda amica, con Luigi (il CEO del gruppo) ci conosciamo da quando lui era studente di architettura, ci siamo spesso trovati sui cantieri, anche se ci siamo conosciuti davvero e siamo diventati amici nel periodo in cui stavo disegnando le lampade per Foscarini. La nostra collaborazione nasce dalla comune voglia di innovare, mantenendo alta l’attenzione al prezzo e all’oggetto.

È stata una collaborazione proficua?

È stata una collaborazione articolata. Per arrivare al prodotto finito ci sono voluti un paio di anni di lavoro, ci siamo arrivati a fatica, all’inizio gli proponevo oggetti molto disegnati, belli, ma poco commerciali, quasi d’elite. Io cercavo qualcosa di diverso, ma nel campo dei divani non è facile, se ci fate caso, fanno quasi tutti la stessa cosa, anche se con differenze. Dopo anni di sperimentazioni e grazie alla collaborazione con una giovane esperta in tessuti, siamo giunti a questo modello, controllandone i difetti, le pieghe. Siamo riusciti a decostruire il divano senza stravolgere o snaturare l’origine dell’azienda, facendone oggi l’oggetto più venduto.

Cosa primeggia in un progetto come questo?

Non ci sono dubbi, in un progetto come questo divano è la materia a primeggiare, sopratutto perchè vai a decostruirlo e quindi quello che ti rimane è proprio la materia. In origine il progetto si chiamava level e doveva avere tre diversi livelli differenti, alla fine, in produzione ne abbiamo fatti solo due, dobbiamo sempre coniugare azienda e design. Non bisogna mai esagerare con il progetto, bisogna sapersi fermare senza andare troppo oltre. Tra creatività e business c’é una terra di mezzo dove se riesci a far vivere l’oggetto hai vinto!

Cosa preferisci disegnare? Un oggetto italiano o uno internazionale?

I tempi sono cambiati, oggi sono cadute le frontiere culturali, non esiste più un oggetto solo italiano,  sono tutti diventati oggetti internazionali.

Come è cambiato il suo lavoro o quello del designer in genere?

È cambiato tantissimo il nostro lavoro, bisogna imparare a lavorare e vivere con i compromessi, non possiamo più essere così rigidi come una volta. Oggi il designer si occupa di tutta la produzione, anche dei materiali, una volta mi sarei occupato solo del progetto, questo aiuta a contenere i costi e la produzione, oggi ad esempio accettiamo anche dei materiali sintetici, una volta sarebbe stato impossibile, questo è un compromesso.

Cosa pensi dei makers e dell’autoproduzione?

Mi interessa molto, mi piace come si sta sviluppando quel mercato, ma in molti casi restano cose personali, che uno fa per se, ne faccio anche io, sono quasi degli esperimenti. Oggi sono cambiati i canali, si può avere un contatto diretto tra il designer e chi compra, é cambiata tutta la percezione, la comunicazione e la produzione.

Il tuo rapporto con la rete, con il web?

Il web mi sta cambiando tantissimo, guardo molto cosa succede nel mondo e cerco sempre di mettermi in gioco, di non stare mai fermo, negli ultimi anni è cambiato tutto, i modi, le mode, le abitudini e di conseguenza il modo di progettare. Vi faccio un esempio: anni fa nessuno avrebbe mai portato le scarpe da tennis se non in un evento sportivo, oggi le portano praticamente tutti in ogni occasione.

Quale è la domanda che ti fanno più spesso?

Che cos’è il design. Sono stufo di rispondere che cos’è il design.
Oggi è il consumismo l’anima del design, puoi realizzare l’oggetto più bello del mondo, andare con la sua matrice ad esporre al MOMA, ma poi lo devi vendere, deve stare sul mercato altrimenti è solo un’opera d’arte. Questo l’ho dovuto imparare, ho dovuto imparare a decorare gli oggetti, a renderli più appetibili sul mercato. Magari in futuro arriveremo al punto di poter chiedere ad un’azienda di produrre la nostra esigenza.

Quando devo progettare per qualcuno cerco prima di tutto di conoscere e capire per chi sto lavorando, raccolgo informazioni, è importante sapere e conoscere cosa e con chi si va a produrre. L’imprenditore ti deve sempre sostenere nel progetto, magari grazie a lui trovo così anche il modo di realizzare un progetto che avevo in tasca da tempo e non lo sapevo.

Qual’è il campo dove preferisci progettare?

Vi sembrerà strano, ma il campo dove preferisco progettare è il lavoro… Sono molto fortunato a poter fare e realizzare oggetti in diversi campi, spesso molto diversi tra loro, dalla mazza da golf al divano…

Dopo anni di lavoro e con la tua esperienza esiste ancora la paura del foglio bianco?

La crisi del foglio bianco c’è sempre, anche dopo anni di esperienza. Con il tempo però, ho sviluppato dei trucchi personali per superarla, ad esempio arrivare alla scadenza dell’ultimo giorno aiuta, sentire la pressione, la consegna dietro l’angolo, sotto pressione lavoro meglio!

Una volta che l’oggetto è in produzione, sei sempre soddisfatto?

L’oggetto finito mi fa incazzare, non sono mai soddisfatto dell’oggetto finito, nel design è importante arrivare al momento giusto, non bisogna mai arrivare troppo presto, anticipando troppo i tempi rischi il flop, per quello mi fa incazzare.

Che differenza trovi tra disegnare per l’Italia o per l’estero?

In italia di parla di emozione del progetto, all’estero si parla di soldi, diffido di chi parla solo di soldi, se sei tirato all’osso non puoi comunicare emozioni. All’estero magari inventi meno, ma vendi di più. In italia crei sicuramente di più, puoi essere molto più creativo, ma forse vendi meno.

Nel mercato globalizzato, come ci si difende dalla concorrenza, sia quella industriale che quella del design…

Nel mercato globale, l’unica soluzione è creare eccellenza attraverso delle barriere tecnologiche. Anni fa ero con Phil Night, la sua azienda, (la Nike) era ancora agli inizi e ci chiedevamo come impedire agli altri di copiare i prodotti, io stavo disegnando per loro dei sandali e insieme abbiamo avuto l’idea e trovato il modo di produrli in Italia creando delle barriere di accesso attraverso il materiale… la tecnologia in questi casi può aiutare molto. Li puoi fare simili, ma non saranno mai uguali…

 

La chiacchierata con Sadler finisce qui. Rimane il tempo per qualche foto, cordiali saluti e un giro per conoscere una linea di prodotti davvero notevole, sia per prezzo che per qualità. La collaborazione con il gruppo sembra davvero godere di ottima salute e solo parlandone con lui ti rendi conto della passione che il designer mette in una linea come questa.

Ringraziamo ancora Euromobil per l’occasione.

Paolo

Paolo "Ottokin" Campana

Paolo "Ottokin" Campana. Founder di Bloggokin. A volte grafico. A volte blogger. Giro, vedo gente, mangio cose.

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