Gwenn-ha-du e i colori della Bretagna (5Blogger)

Il nostro viaggio in Bretagna prosegue, con ogni mezzo necessario, dalla barca, al nostro amatissimo van Nissan, fino ad arrivare alle biciclette, con la quale abbiamo concluso la nostra esperienza sull’Isola di Bele-Ille, malgrado io non sia un ciclista “pro” e la bici a nostra disposizione non sia quella usata dai grandi del ciclismo mondiale, il giro è stato oltremodo piacevole, divertente e solare (ci siamo mezzi bruciati) e ci ha permesso di arrivare senza troppa fatica in una spiaggetta tra le più belle del mondo. La natura e i colori ci stanno decisamente rapendo.

Ma il “dovere” ci chiama e dopo pranzo voliamo (in bici) al traguardo dell’albergo dove ci cimentiamo nella nuova “combinata nordica” pulmino+traghetto+van, una fatica senza precedenti, forse l’unica vera parte dolente del viaggio… gli spostamenti.

Lasciamo la parte natura selvaggia dell’isola per tornare, come dice Francesca (la responsabile di tuto questo) in “continente”, torniamo alla civiltà, al traffico (poco), alle rotonde, alle case tutti uguali (deve essere facile fare l’architetto qui), alle strade che ti ricordano che il verde e il progresso possono anche convivere e dopo una tappa nella piccola ma carinissima cittadina di Ste Marine con il suo porto fatto di barchette e tuffatori ubriachi (alle 8 di mattina) eccoci giunti a Pointe du Raz (la punta del razzo).

Sin da piccolo mi è sempre piaciuto scalare le cose, esplorare, salire, fare attenzione, invertire la popolarità del cervello che ti dice “dove stai andando? non lo vedi che è pericoloso? e cominciare a scalare (si fa per dire) le rocce di Pointe du Raz, è stato tornare un po’ bambino in una giornata uggiosa (che manco Battisti), andare con gli amici ad esplorare una della punte più estreme della Bretagna è stata un emozione davvero forte. Guardare in basso e trovare le onde che si infrangono sugli scogli è stato bellissimo, energetico, Be Breizh!

La tappa successiva è la cittadina di Quimper, torniamo nella modernità di una città vera, negozi, catene commerciali, traffico e semafori ci fanno capire che la Bretagna non è solo natura, ma anche popolazione e città. Ad attenderci, nel nostro ritardo (ancora scusa) c’è Catia, italo emiliana che vive qui da 20 anni e che è una vera guida artistica Bretone, lei ci conduce e ci fa entrare nel fantastico mondo dell’arte Bretone dentro al Museo delle Belle arti (fantastico!).

I miei trascorsi artistici (Accademia di Belle Arti) non hanno lasciato ricordi sugli artisti Bretoni e sui loro nomi, questo fa sì che sono attento come un bimbetto scolaro a quello che dice la severa maestra Catia. Miti, legende, Re forse mai esistiti, colori e luci senza precedenti dimostrano (ancora una volta) che l’arte e la bravura non hanno e non conoscono regione, artisti da noi semi sconosciuti hanno dipinto la storia di questa regione con rara maestria e il Museo è davvero molto bello e architettonicamente ben fatto.

Ma da tutte le chiacchiere con Catia esce fuori un argomento curioso, la storia della bandiera Bretone, che avevo già intravisto, gigante e ben esposta nel birrificio di qualche giorno prima. Scopro così che la Bretagna è stata per lungo tempo indipendentista, un po’ come i paesi baschi e la padania (che paragone di merda… scusatemi bretoni), la loro bandiera è una della più grafiche che abbia mai visto… mi informo.

Tutta in bianco e nero sembra il frutto di una designer e invece, Gwenn-Ha-Du (Bianco e Nero in Bretone) fu disegnata e creata nel 1923 da Morvan Marchal (membro di svariate organizzazioni politiche e culturali), con un ermellino nel cantone tradizionale (la bandiera ufficiale odierna ha una variante stilizzata moderna).
La bandiera incontrò il grande pubblico e due anni dopo, durante l’Exposition Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes di Parigi del 1925 (dove furono presentati anche molti quadri visti oggi al Museo), fu presto adottata da numerosi gruppi culturali e nazionalisti diffondendosi tra gli anni ’20 e ’30, ma la sua adesione si interruppe durante la Seconda guerra mondiale per l’uso sempre più politicizzato che ne veniva fatto. L’interesse riprese negli anni ’60, quando perse definitivamente connotati separatisti e divenne un simbolo accettato in tutta la Bretagna e da tutti i bretoni. Le antiche bandiere bretoni, tuttavia, vengono talvolta preferiti da individuali e alcuni gruppi.

Ecco, queste poche righe (rubacchiate da WIkipedia) mi dicono che esiste la remota possibilità che l’orgoglio e l’appartenza di un popolo possono essere legate insieme anche dal design estremo e sintetico di una bandiera in bianco e nero (una delle tre al mondo a non avere colori).

Non vi annoio oltre con i quadri del Museo, ma vi consiglio se siete da queste parti una visita ad un posto speciale come questo.
Prossima meta: La scuola e le arti di Port Aven.

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Paolo

Paolo "Ottokin" Campana

Paolo "Ottokin" Campana. Founder di Bloggokin. A volte grafico. A volte blogger. Giro, vedo gente, mangio cose.

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