L’Alba del Pianeta delle Scimmie

Uscirà da noi solamente il prossimo 23 settembre (il 5 agosto nel USA) il nuovo capitolo del franchise del “Pianeta delle Scimmie“. Questo nuovo capitolo, girato dal giovane rampante Rupert Wyatt (classe 1972) si discosta dall’ultimo terribile capitolo firmato da un Tim Burton davvero svogliato e controverso. L’idea è quella di rilanciare con forza il tema (e il franchise) di un mondo dove le scimmie prendono il potere e ci portano in un futuro prossimo (numerosi sequel) dove forse ci troveremo in un vero Pianeta delle Scimmie. Per ora quello che vediamo è il nostro pianeta, una terra dove un giovane scienziato nel tentativo di curare il padre malato trova un farmaco (La cura) capace di espandere e potenziare le cellule cerebrali.

Abbiamo visto in anteprima (grazie alla Fox e agli amici di 404) una buona mezz’ora del film e ci sembra un ottimo mix di generi ed emozioni, a cavallo tra azione e sentimento, bioetica e guerriglia, relazioni e tradimenti. Dove il rapporto umano tra padre malato, lo scienziato e la scimmia Cesare è forte e ben costruito, un rapporto che si delinea mano mano che il film cresce, passando dal puro sentimento all’azione pura, dove la guerriglia, la ribellione, il confronto tra i primati e l’uomo si fa via via sempre più potente ed emozionante.

Ancora una volta gli effetti speciali sono curati da quei geni della Weta Digital (dal Signore degli Anelli a King Kong, da District 9 fino al recente Tin Tin giusto per citarne qualcuno) e ritroviamo Andy Serkis nella parte di Cesare, Serkis è ormai un vero status symbol nel campo digitale e questa volta il duo alla base di numerosi successi si ritrova per dare vita ad un Cesare davvero emozionante e fuori dal comune, lo stesso Serkis ce ne parla e ci racconta il suo punto di vista nell’ intervista rilasciata a Joe Utichi che riportiamo qui sotto.

Ne “L’alba del pianeta delle scimmie”, il personaggio di Serkis, Cesare, è uno scimpanzé alla cui madre è stato iniettato un nuovo farmaco studiato per combattere gli effetti del morbo di Alzheimer. Come effetto collaterale della procedura, Cesare è nato con un maggiore livello di intelligenza e viene cresciuto, in segreto, dallo scienziato Will Rodman (James Franco). Ma quando diventa troppo difficile per Will prendersene cura, Cesare viene rinchiuso in un laboratorio, in cui lo scimpanzé impara a proprie spese la malvagità umana.

In questo nuovo preludio alla classica serie sci-fi del “Pianeta delle scimmie”, il regista Rupert Wyatt si concentra sull’origine del dominio delle scimmie sull’umanità e, in particolare, sullo scimpanzé che avrebbe guidato la rivoluzione.

Prima di Cesare, hai già interpretato una scimmia in King Kong, ma Kong era una bestia molto diversa. Come si fa a entrare dentro la mente di uno scimpanzé?
E’ sufficiente l’approccio recitativo, si tratta semplicemente di un personaggio. Cesare e King Kong non potrebbero essere più lontani in questo senso. Kong era una specie di vecchio vagabondo psicotico che, ogni giorno, lottava per sopravvivere e non aveva mai avuto alcun tipo di rapporto con qualsiasi altro essere vivente fino all’incontro con Ann Darrow. A quel punto la sua vita si trasforma e ricomincia a percepire le cose.
Con Cesare, la sfida è interpretare non solo uno scimpanzé, ma uno scimpanzé che è stato anche sottoposto a questo farmaco che ha alterato la sua intelligenza, rendendolo iper-intelligente. Nelle prime fasi – perché io lo interpreto in ogni fase, da neonato a leader rivoluzionario – si è trattato di rendere umano questo scimpanzé. E’come un bambino dotato. Lui ha un’età mentale di 15 anni in un corpo di infante di 4 anni.


Hai basato il personaggio sulla ricerca fatta su scimmie reali?
Mi sono basato su un vero scimpanzé chiamato Oliver che, negli anni ’70, era conosciuto come un “humanzee.” Egli è stato oggetto di molti esperimenti, perché lo si credeva essere la progenie di un essere umano e uno scimpanzé. E’ una scimmia straordinaria perché bipede. Era totalmente legato agli esseri umani ai quali si unì, tanto che non è mai stato in compagnia di altre scimmie.
Così ho interpretato questo mostro di Frankenstein che pensa di vivere felicemente con il personaggio di James Franco, Will, e suo padre, interpretato da John Lithgow, in questa strano nucleo familiare fino a quando non raggiunge l’età della consapevolezza. Si verifica un evento per il quale non possono tenerlo più a casa e viene inserito in un’area protetta. E’ quasi come se fosse improvvisamente circondato da tutte queste strane creature che gli somigliano, ma si comportano in modo completamente diverso. Non c’è nessun legame culturale tra di loro perché è stato allevato come un essere umano.
E’ stato un personaggio molto, molto interessante. E questo è ciò che la performance capture fa al meglio, cioè darti una pelle che pensi di conoscere, ma in realtà non stavo solo facendo i movimenti della scimmia, nei movimenti stavo anche interpretando questo confuso, conflittuale carattere all’interno di quel corpo. E’ la tensione, in realtà, tra la manifestazione sullo schermo e la tensione dentro di sé che spero lo renderà un personaggio interessante e ricco di sfumature.

La performance capture viene compresa meglio dagli attori in questi ultimi anni? Non è forse vero che nel “Signore degli anelli” alcuni attori erano piuttosto confusi da quello che succedeva sul set?

Assolutamente sì, e penso che stia diventando sempre più chiaro. C’è davvero un prima e un dopo “Avatar”, perché davvero quel film ha portato persone come James Cameron e Jon Landau a dire: “Guardate, queste sono le performance degli attori. Sono al servizio della storia narrata come farebbe un vero attore”. Non si tratta quindi di personaggi creati con l’animazione – non potresti raggiungere un tale livello di emozioni in questo campo con una sequenza chiave di animazione.
La recitazione è quello che succede tra due attori, non quello che una persona emana. Non puoi fingere questo. Credo che ci sia ancora un po’ una mancanza di comprensione da parte della comunità di attori. Ma io non vedo alcuna differenza e non l’ho mai vista. Posso interpretare Ian Dury o Cesare e non credo ci sia qualcosa di particolare o diverso su quest’ultimo – è un personaggio come un altro.
James Franco, gli va dato merito, ci ha messo circa mezz’ora per entrare nel personaggio, ma una volta che guardi negli occhi un attore che è entrato nel personaggio, il resto è irrilevante. E lui ci è entrato del tutto, ha creduto all’intero scenario e ci ha semplicemente lavorato. Mi è piaciuto lavorare con lui, è stato fantastico.
James Franco Sembra avere una prospettiva sul mondo davvero unica.
E’ così infatti. Penso che sia un vero outsider, James. E’ molto intelligente. Ora è a Yale per un master in inglese o qualcosa del genere. Lui è un uomo davvero brillante oltre che profondo. E poi è versatile: è insieme un artista, un poeta e un attore. Penso che sia addirittura sottovalutato, considerato quanto è dotato, interessante ed eclettico.

La motion capture è avanzata molto dai tempi di Gollum?
Assolutamente sì. Ho anche stabilito un forte rapporto di lavoro con Weta Digital: lavoro con loro ormai da dieci anni. Joe Letteri, che è il supervisore degli effetti visivi della Weta,  si spinge semplicemente ogni volta oltre il limite precedentemente stabilito. E così sono tutto il team guidato da Dejan Momcilovic, il migliore supervisore al mondo per questa specifica tecnica.
Loro hanno sempre capito che, al centro di essa, la questione sta tutta nel personaggio e la sua storia, e la tecnologia serve a questo. Io credo che nessuno studio di effetti visivi al mondo faccia quanto la Weta. Anche lavorare con il regista Rupert Wyatt è stato incredibile. Un paio di cose molto importanti accadute  in questo film non si erano mai verificate prima. La prima sono le riprese live action sul set, che significa che tutta la performance capture è stato fatta in un colpo solo. Non è stato cioè come con Il Signore degli Anelli e King Kong, dove vieni ripreso sul set e poi devi ricreare il tutto col motion capture. Tutto questo avviene nello stesso momento, e così tutti gli stimoli e le “comunicazioni” tra James Franco, Rupert e me stesso sul set è stato molto immediato. E dato che tutto ciò accade realmente, ha quel livello di verità che si deve cercare di realizzare con la tecnica motion capture.

Questo film si inserisce nell’incredibile storia del franchising IL PIANETA DELLE SCIMMIE, ma non credi che il fatto che sia ambientato ai nostri giorni farà percepire diversamente quello che è stato prima?

La stragrande maggioranza del pubblico più giovane non ha mai sentito parlare de “Il pianeta delle scimmie”. Ecco un pubblico totalmente nuovo. Ho mostrato il trailer ai miei figli, e ne sono rimasti affascinati. E’ una storia che serve da potente ammonimento, nello stesso modo in cui la sensibilità del film del 1968 di Charlton Heston affrontava i temi del pregiudizio, del razzismo, dell’oppressione e così via. Tratta molto dei diritti di una specie sull’altra, della supremazia e di una certa arroganza. L’arroganza dell’umanità che ritiene che il pianeta sia lì solo per essere saccheggiato. Speriamo di capire, quindi, che il nostro pianeta esisterà per sempre, al contrario di noi. Affronta questo genere di interrogativi ed è una parabola, in realtà, anche se si colloca al giorno d’oggi. Penso che sarà davvero compresa dal pubblico più giovane.

Per gli spettatori più avanti con gli anni che sono fan dei film precedenti, penso che funzioni allo stesso modo, perché mantiene la sensibilità del vecchio film di fantascienza. Una volta ho detto che non mi sentivo all’interno di un film dagli effetti speciali. Invece ne è pieno, ovviamente, ma quello che intendevo era che questo film è più affine a “Incontri ravvicinati del terzo tipo” e ai precedenti film del “Pianeta delle scimmie” dove il livello di credibilità è molto alto. Non pensi: “Accidenti, mi chiedo come hanno fatto questo?” perché sei veramente affascinato dal potere della storia. Un altro aspetto fondamentale del film è la famiglia, dato che hanno molto spazio le relazioni personali. E più di ogni altra cosa tratta dei diritti degli animali.

Rupert Wyatt ha parlato di questo film come di una sorta di preludio alla guerra – dove si arriverebbe con un prossimo film?

Non si può fare a meno di pensare a dove si potrebbe arrivare. Se ci sarà un prossimo film, ci sarà del territorio incredibilmente fertile, in realtà – l’intera formazione della società, cosa che Cesare conserverebbe dell’umanità, dalla sua esperienza di essere stato allevato da esseri umani. Che siano tutti malvagi, o che lo siano solo alcuni. In ogni specie ci saranno sempre soggetti più aggressivi e immagino che questo rifletta la società umana. Il che è interessante; qualunque specie comandi il pianeta, affronterà gli stessi problemi di ora.

 

Paolo

Paolo "Ottokin" Campana

Paolo "Ottokin" Campana. Founder di Bloggokin. A volte grafico. A volte blogger. Giro, vedo gente, mangio cose.

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